martedì 2 giugno 2009

fiabe giapponesi: IL PASSERO AMICO


IL PASSERO AMICO
C'era una volta un passerottino che viveva nel regno dei passeri, assieme al babbo, alla
mamma e a numerosi fratellini. Era vispo, allegro, ardito, tanto che avrebbe voluto volare
quando non aveva nemmeno le piume! Un giorno finalmente il babbo e la mamma lo
aiutarono a compiere il primo voletto. Il passero era felice: sorretto dalle ali trepide e
amorose dei genitori, poté librarsi nell'aria, sorvolare un pezzetto di bosco sfiorando lieve
le cime degli alberi. Ritornò al nido inebriato.
- Basta per oggi - dissero i genitori.
Rimessi tutti i piccoli nel nido, babbo e mamma partirono per offrirsi una piccola merenda
di zanzare dello stagno; ma non appena furono lontani, il passerottino si affacciò all'orlo
del nido, e allargò le penne.
- Adesso volerò ancora, e da solo! - annunciò ai fratellini.
- Non farlo! Babbo e mamma lo hanno proibito! - gridarono gli altri passerotti spaventati.
Ma il passerotto voleva dimostrare al mondo intero quando fosse audace e robusto. Infatti
spiccò il volo e disparve nel bosco; ma non andò molto lontano, perché ben presto le sue
alucce cominciarono a pesargli. Il cuore gli batteva pazzamente; il poveretto si sentiva
precipitare e finalmente riuscì a posarsi sul ramo di un albero. Rimase là qualche tempo
per riprendere fiato, poi si accinse a ritornare. Ma gli alberi sembravano tutti uguali: non
riusciva più a riconoscere quello su cui era posato il suo nido. Tentò qualche voletto in
giro, poi ritornò al ramo e gli occhi gli si colmarono di lacrime. Si era smarrito! Le sue
zampette ormai erano indolenzite: non riuscivano più a reggerlo...il povero passerottino
dovette abbandonare la presa, e cadde dal ramo spezzandosi un'ala. Che triste destino
aspettava ora il povero passerotto! I lupi, le volpi, i gatti selvatici, i cani randagi che di
notte si aggiravano numerosi nel bosco avrebbero fatto di lui un solo boccone! Quando
sentì un passo avvicinarsi, chiuse gli occhi mandando un ultimo pensiero al babbo, alla
mamma, ai fratellini...ma li riaprì tutto stupito sentendosi raccogliere da una calda mano,
mentre una voce carezzevole gli diceva:
- Oh, povero piccolo, sei ferito? Non aver paura, perché ti porterò a casa con me, e ti
curerò l'aluccia ferita.
Chi gli parlava così era un boscaiolo che ritornava dal suo lavoro. Avvolse il passerottino
in un lembo della tunica e lo portò alla sua capanna. Quell'uomo aveva una moglie assai
bisbetica;
quando vide il marito deporre sulla tavola il passerotto ferito, incominciò a protestare:
- Con tutto il lavoro che c'è, hai proprio tempo da perdere per catturare un passero! Lo sai
bene che siamo poveri, e non possiamo mantenere una bocca in più!
- Stai tranquilla, moglie mia - rispose l'uomo con fermezza. - Il passerotto non ti darà
nessun fastidio perché provvederò io a curarlo e a nutrirlo.
Infatti, preso un bastoncino di bambù, sistemò l'aluccia spezzata, la fasciò con una
piccolissima benda, diede al passerotto qualche chicco del suo riso, e infine lo mise a letto
in una bella scatolina di lacca imbottita di ovatta. Qualche giorno dopo il passerotto guarì,
ma si era ormai tanto affezionato al boscaiolo che non volle lasciarlo più.
- Se vuoi, rimarrò sempre con te - gli disse - e sarò tuo amico.
- Oh come ne sarei contento! - esclamò, l'uomo che viveva solitario nel bosco e non aveva
amici. - Potresti farmi compagnia mentre lavoro, e chiacchierare un po' con me, alla sera.
E infatti fecero così. Da quel giorno il passerotto accompagnò il boscaiolo al suo lavoro;
mentre egli svolazzava intorno e la sera gli si posava sulla spalla. Ma un giorno il
boscaiolo dovette andare in città per vendere la legna, e non volle prendere con sé il
passerotto, perché temeva che si smarrisse nel traffico, o che finisse fra le unghie di
qualche gatto.
- Tornerò presto, amico mio - gli disse. - Tu intanto, resta qui buono buono.
Il passerotto promise, e quando l'uomo si fu allontanato, si appollaiò sul davanzale e
rimase fermo e zitto a guardare la moglie che lavava alcuni panni in un mastello. La
donna aveva posato sulla tavola una ciotola colma d'acqua in cui aveva sciolto dell'amido,
e il passerotto, incuriosito da quel liquido bianco che sembrava latte, volle vederlo da
vicino e volò fino alla tavola, poi incominciò a zampettare intorno alla scodella.
- Và via passero! - intimò la donna sgarbatamente. - Bada che non ho altro amido, e se
me lo rovesci la pagherai cara!
Ma il passero non ubbidì: andò a posarsi sull'orlo della ciotola, e in un baleno il disastro
era fatto! Allora la donna inferocita, prese le forbici e tagliò la lingua al povero uccellino;
poi lo getto fuori di casa. Il passero si trovò, tutto dolorante, solo in mezzo al bosco; ma
essendo diventato adulto, sapeva orientarsi anche fra gli alberi sconosciuti, e poté
ritrovare la via del regno dei passeri. Quando il boscaiolo rincasò e non vide più l'amico, si
disperò, e non volle ascoltare le giustificazioni della moglie.
- Cercherò il mio amico, dovessi girare tutto il mondo - disse.
Prese il suo bastone e si incamminò: ogni tanto si soffermava a interrogare gli animaletti
del bosco:
- Volete dirmi, signora lepre, dove si trova la casa del mio amico passero?
- Oltre il fiume, buon uomo.
- Di grazia, signor scoiattolo, dov'è la casa del mio amico passerotto?
- Oltre il monte, buon uomo.
Il boscaiolo camminò e camminò, e finalmente giunse al regno dei passeri e trovò il nido
del suo amico passerotto. Babbo e mamma passero gli volarono incontro seguiti da uno
stuolo di figli, e il buon uomo fu tutto felice quando vide il suo amico vispo e risanato; i
suoi genitori infatti lo avevano curato con un'erba miracolosa. Si scambiarono abbracci e
baci a non finire, poi la famiglia dei passeri imbandì un sontuoso banchetto in onore del
boscaiolo. Quando il buon uomo fu per partire, i genitori gli consegnarono un cofanetto di
legno prezioso e gli dissero:
- Tu sei stato molto buono con nostro figlio. Questo cofanetto è per te, ma non aprirlo fino
a quando non sarai giunto a casa.
L'uomo promise, ringrazio e, dopo un ultimo abbraccio, fece ritorno alla capanna. Mise il
cofanetto sulla tavola, ma non appena sollevò il coperchio, con suo grande stupore dal
cofanetto uscì una pioggia di monete d'oro, collane di gemme, pietre preziose, e veli di
seta. La moglie guardava con occhi sgranati, ed esclamò:
- Tutto per te, e per me niente?
- E' un dono del mio amico passerotto - rispose il boscaiolo.
- Allora andrò anch'io a farmi fare un regalo - disse la donna con astio. - Mi ha rovesciato
la ciotola dell'amido e me la deve ripagare.
Subito si incamminò; lungo la strada chiedeva con arroganza agli animaletti del bosco:
- Ehi tu, lepre, dimmi subito dov'è la casa di quell'ingrato passero!
- Oltre il fiume, buona donna.
- Ehi, scoiattolo, dov'è la casa di quel passero maleducato?
- Oltre il monte, buona donna.
La donna camminò e camminò e sul far della sera giunse al regno dei passeri e alla casa
del passero amico. Tutta la famiglia dei passeri le venne incontro e l'accolse con molti
onori.
- Vostro marito, il boscaiolo, è stato molto buono con mio figlio - le disse babbo passero. -
E anche voi meritate ogni considerazione.
Fece imbandire un sontuoso banchetto degno di una regina: la donna sedette a
capotavola e le furono serviti cibi squisiti e bevande prelibate. " Chissà che cosa mi
regaleranno, questi animali" pensava intanto la donna, e non vedeva l'ora di aver finito per
vedere il regalo che le avrebbero fatto. Quando si alzò da tavola e si preparò a ripartire, i
genitori del passero le presentarono due scatole: una di legno prezioso dipinto a colori
smaglianti e l'altra di legno scheggiato.
- Tu sei stata buona e paziente con nostro figlio - le dissero. - Prendi dunque una di
queste scatole, ma bada di non aprirla fino a quando non sarai arrivata a casa.
La donna prese in mano le due scatole e le soppesò: quella scheggiata era piccola e
leggerissima; l'altra era grossa e pesante. "Chissà quanti tesori contiene la scatola più
grossa" pensò tra sé. " Non sono così sciocca da accontentarmi di quel brutto arnese!". E,
senza esitare, scelse la scatola più grossa. I passerotti si accomiatarono da lei e
l'accompagnarono per un lungo tratto di strada volando di ramo in ramo, poi ripeterono
per l'ultima volta:
- Ricorda, non devi aprire la scatola per tutto il viaggio!
Quindi tornarono indietro. La donna prese la via di casa facendo mille congetture: " Se la
scatola contiene gioielli, ne venderò alcuni per comperare una bella carrozza. Se contiene
belle stoffe e veli di seta, mi abbiglierò come una principessa e andrò al ballo
dell'imperatore. Se contiene monete d'oro, comprerò un bel palazzo in città, avrò servi e
serve e sarò riverita come una signora. Ah, non posso più resistere: debbo proprio vedere
che casa c'è dentro". Depose la scatola sull'orlo della strada e sollevò il coperchio. Ma
invece di gioielli preziosi, monete d'oro, veli di seta, trovò una quantità di diavoletti neri
come grilli che schizzarono via e le si avvicinarono saltellando.la donna fece un passo
indietro impaurita, ma qualche diavoletto l'aveva già afferrata per la veste; altri le saltarono
sulle spalle; uno le entrò entro addirittura nell'orecchio; un altro incominciò a tirarle i capelli
e un altro ancora le diede dei pizzicotti. La donna ne gettava uno a terra,cercava di
schiacciare un altro con il piede e agitava la sciarpa per allontanarli tutti; infine scappò
terrorizzata. Ma i diavoletti si lasciarono all'inseguimento. La donna corse su per la collina,
poi scese a precipizio; attraversò la risaia e giunse trafelata sulla riva del mare.
Fortunatamente c'era un barca ormeggiata; vi balzò dentro e incominciò a remare con
quanta forza aveva, volgendosi ogni tanto a guardare i diavoletti che danzavano sulla riva.
Era tanta la sua paura che remò e remò fino a quando non scomparve all'orizzonte.
Intanto il boscaiolo era rimasto solo nella capanna, e non sapeva come utilizzare le
ricchezze contenute nel cofanetto. " Che me ne faccio dei veli di seta?" pensava. " Non
potrei mai indossarli. E le stoffe trapuntate d'oro non sono adatte a un povero boscaiolo.
Infine non mi servono nemmeno le monete: ciò di cui ho bisogno è qualcosa di meglio".
Andò al villaggio e distribuì tutti quegli oggetti preziosi agli abitanti poveri: i veli di seta alle
fanciulle da marito, le stoffe trapuntate alle madri di famiglia affinché le vendessero per
comperare da mangiare ai loro bambini, le monete d'oro agli infermi e ai bronzi della
pagoda. Poi si mise in cammino per il regno dei passeri dove fu accolto con mille feste. Là
si costruì una capannuccia di tronchi profumati, e tutti i passeri collaborarono piantando
fiori di ogni colore e piante rampicanti; il boscaiolo collocò nella capanna stuoie
intrecciate, bassi tavolinetti e un bel lettuccio di canne di bambù. Vicino al capezzale mise
la scatolina di lacca, per non separarsi mai, nemmeno durante la notte, dal ricordo di
un'amicizia sincera, un tesoro che non avrebbe potuto acquistare neanche con tutto l'oro
del mondo.

fiabe giapponesi: HANACO DAL GRANDE CAPPELLO


HANACO DAL GRANDE CAPPELLO
Tanto tempo fa viveva in Giappone un Samurai ricco e potente, e generoso e buono, il
quale avrebbe potuto essere felice accanto alla sua giovane e bella sposa se la sua casa
fosse stata allietata dal sorriso di un bambino. Ma il cielo non aveva mandato bambini e il
Samurai si sentiva più povero del più povero coltivatore di riso. Un giorno andò alla
pagoda con la moglie; si prostrarono con la fronte sul pavimento e pregarono fino a sera,
chiedendo con tutto il cuore agli dei il dono di un figlio; poi tornarono a casa un pò
consolati. La preghiera non fu vana: qualche tempo dopo nacque una bambina
graziosissima, che fu chiamata Hanaco. Da quel giorno i due sposi furono veramente
felici. Circondarono la loro creatura delle cose più bella e delle premure più affettuose, e
spesso sedevano presso di lei sospirando:
- Oh, la nostra piccola, la nostra cara Hanaco!
La bambina, da parte sua, meritava tanto affetto e tanta ammirazione, perché cresceva
buona, ubbidiente e bella. Era anche molto intelligente, e a pochi anni sapeva già sonare
diversi strumenti alla perfezione e la grazia di un usignolo. Ma purtroppo tanta serenità
non era destinata a durare: Hanaco aveva appena compiuto dieci anni, quando il suo
babbo morì. La mamma pianse tanto che si ridusse l'ombra di se stessa, e un giorno non
poté più alzarsi da letto. Allora chiamò a sé Hanaco e le disse:
- Figlia mia cara, sento che sto per lasciarti perché vado a raggiungere il tuo babbo; ma
non disperarti, perché la nostra protezione non ti mancherà mai. Ti auguro di trovare nella
vita chi ti ami e ti protegga, quando sarai sola. Adesso inginocchiati affinché io ti dia la mia
benedizione, e compia ciò che gli dei mi hanno comandato.
Hanaco si inginocchiò piangendo e la mamma le posò sul capo un cofanetto chiuso, e su
questo, un cappellone di paglia a forma di cupola, ma tanto grande che le scese quasi
fino al mento.
- Non levarlo, tesoro mio - aggiunse la mamma teneramente - e un giorno saprai perché
ho fatto questo.
La benedisse ancora e spirò. Per dire la verità, Hanaco cercò subito di levarsi quel
cappellone che le dava fastidio, ma per quanti sforzi facesse non vi riuscì. Allora si
rassegnò a tenerlo, e andò al funerale della mamma, che fu messa a riposare accanto al
Samurai. Intanto la gente, che già aveva guardato con molto stupore la strana
acconciatura dell'orfanella, incominciò a sorridere, e poi a ridere, e infine a farsi beffe di
lei. I ragazzi la segnavano a dito e la inseguivano per la strada chiamandola " cappellona",
mentre gli uomini e le donne si voltavano a guardarla motteggiandola e battendosi il dito
sulla fronte. La bambina era sempre più avvilita. " Perché rimango in questo paese pieno
di gente cattiva, dove non c'è più nessuno che mi voglia bene? " si disse. " Voglio
andarmene di qui: la protezione del babbo e della mamma mi seguirà dappertutto." Detto
fatto, senza nemmeno pensare a mettere un indumento in un fagottino, né qualche
moneta nelle tasche, si avviò per la prima strada che vide. Cammina, cammina, dopo aver
attraversato villaggi e campagne, giunse in riva a un fiume. Sedette sulla sponda e fissò
l'acqua che fluiva in turbini e vortici. Questo spettacolo le fece girare la testa e a un tratto
ruzzolò nel fiume; ma non andò a fondo perché il cappellone la tenne a galla e venne
trascinato dalla corrente. Un barcaiolo che passava di là con la sua barca, vide quella
strana cupola galleggiare e pensò che si trattasse di un cappello. " Mi farebbe proprio
comodo" disse tra sé. " Ora lo prendo." Si sporse sull'acqua puntellandosi sulla pertica,
agguantò il capello, e lo trovò molto pesante, tanto che fece fatica a issarlo sulla barca.
Quale fu la sua meraviglia quando vide che, sotto il capello, c'era una bambina che
pareva quasi legata al grande copricapo! Ancora sbigottito, il barcaiolo spinse la barca fino
a riva e Hanaco poté scendere a terra e riprendere il viaggio. Cammina, cammina, mentre
percorreva una bella strada attraverso ricche risaie, vide venire una splendida carrozza in
cui sedeva un vecchio signore che era il principe di quel paese. Incuriosito per lo strano
aspetto della giovane il principe ordinò di fermare i cavalli e fece cenno alla fanciulla di
avvicinarsi.
- Chi sei? - domandò. - E perché porti sulla testa quello strano cappellone di paglia?
- Lo porto perché non posso levarmelo - rispose Hanaco.
E raccontò la sua storia. Il principe si commosse.
- Povera piccola - disse - vieni al mio palazzo. Vivrai sotto la mia protezione e nessuno
oserà disturbarti.
Fece salire Hanaco accanto al cocchiere e insieme ritornarono al palazzo: Hanaco fu
affidata alla servitù e incaricata di preparare l'acqua per i bagni. Tutti i giorni attingeva al
pozzo sacchi e secchi d'acqua, faceva bollire caldari, e riempiva tinozze e tinozze. Spesso
era tanto stanca che sedeva su una panchina di marmo nel giardino con le mani
abbandonate sulle ginocchia, e talvolta si metteva a piangere ricordando quando era stata
felice nel palazzo del potente Samurai suo padre, circondata da servi pronti a ogni suo
cenno. Ora, invece, i servi la maltrattavano e la sollecitavano a sbrigare il fretta il suoi
lavoro perché ce n'era già dell'altro pronto. Soltanto il figlio più giovane dei sovrani le
dimostrava un po' di compassione e le diceva qualche parola buona. A poco a poco i due
giovani presero l'abitudine di frequentarsi e ogni giorno sedevano sulla panchina sotto il
ciliegio e chiacchieravano insieme senza stancarsi. Ma i servi, invidiosi, riferirono tutto al
principe che si adirò tutto al principe che adirò moltissimo e chiamò il figlio minore:
- Non voglio più che tu frequenti quella piccola intrigante - disse. - Domattina la caccerò
via.
- Ma io voglio bene ad Hanaco - esclamò il giovane angosciato. - Se la caccerete via, che
ne sarà di lei? Vi prego, concedetemela in moglie!
A quelle parole la principessa madre diventò rossa di collera e disse:
- Tu vuoi sposare quella serva, quel piccolo mostro? Come avresti il coraggio di
presentarti ai ricevimenti con una ragazza ignorante come lei?
- Io le voglio bene e se voi la caccerete me né andrò di casa.
A queste parole la principessa si calmò un po', e decise di aspettare alcuni giorni,
sperando di riuscire a trovare una soluzione migliore. La soluzione le fu suggerita dal più
scaltro dei suoi ministri.
- Altezza - le consigliò - organizzate il più sontuoso ricevimento che abbiate mai dato.
Invitate tutte le vostre nuore e le dame più intelligenti e colte della città e invitate anche
Hanaco. Sfigurerà a tal punto che lo stesso principe né resterà disgustato.
- Ottima idea! - approvò la principessa madre.
Giunta la sera della festa, quando le signore cominciarono ad arrivare con i loro ventagli di
seta e gli abiti trapuntati d'ora, Hanaco si rifugiò sotto l'albero del ciliegio e cominciò a
pregare. Poco dopo giunse anche il giovane principe che accorgendosi che Hanaco
pregava, giunse le mani e pregò con lei. Allora accadde il miracolo: il capello di Hanaco
volò via, e il bellissimo volto della fanciulla apparve in tutto il suo splendore. Anche il
cofanetto volò a terra e da esso uscì un rivolo splendente di monete d'oro. Gli abiti di
Hanaco divennero sontuosi, i suoi capelli neri, lunghi e lisci, le scesero con grazia lungo le
spalle. Il principe s'inchinò, le offerse la mano e la condusse nella sala del ricevimento.
Quando gli invitati videro quella meravigliosa fanciulla, rimasero ammutoliti. Hanaco salutò
amabilmente tutti, poi prese uno strumento a corda e lo sonò alla perfezione; cantò con la
dolcezza di un usignolo e danzò come una farfalla sui fiori.
- Ma è un prodigio! - esclamarono tutti.
- E' una ninfea celeste!
- E' la figlia del più ricco e potente Samurai del Giappone - disse un vecchio che l'aveva
riconosciuta.
Fu così che Hanaco trovò chi l'avrebbe protetta e amata per tutta la vita; e i vecchi principi
furono felicissimi di dare il loro consenso alle nozze.

fiabe giapponesi: I PRODIGI DI SCIRO


I PRODIGI DI SCIRO
Molti e molti anni fa, in un piccolo villaggio del Giappone vivevano due vecchi sposi. Il
marito, sebbene avanti con gli anni, coltivava il giardinetto, e ogni tanto andava sui monti a
raccogliere un po' di legna; la moglie accudiva alla casa e preparava al marito delle buone
minestre. Erano senza figli, e di questo si erano crucciati a lungo, ma avevano finito col
rassegnarsi, cercando, in cambio, di farsi compagnia l'un l'altro. Un giorno il marito,
secondo il solito, andò sulla montagna a raccogliere un po' di legna. Lavorò per tutta la
mattina, poi sedette ai piedi di un albero per consumare la povera colazione. Mentre
mangiava vide venire trotterellando dal bosco un cagnolino bianco, magro da far paura,
che si mise seduto ai suoi piedi, seguendo attentamente con gli occhi umidi e intelligenti i
movimenti delle mani che portavano il cibo alla bocca.
- Povera bestia! - esclamò il vecchietto - Chissà che fame hai! Tieni: mangia questo. È
poco, ma non ho altro.
E diede al cane ciò che restava della sua colazione. Poi raccolse il fastello di legna e si
diresse verso casa. Il cane gli si mise alle calcagna e lo seguì. Quando la moglie vide
arrivare il cane si rallegrò moltissimo; lo accolse festosamente e gli preparò una buona
zuppa, e una cuccia imbottita di vecchi panni vicino al camino.
- Questo cane non ha nome - osservò il vecchietto. - Come possiamo chiamarlo?
- Chiamiamolo Sciro - propose la moglie - è tanto bianco che questo nome è il più adatto.
(Infatti "sciro" nella lingua giapponese significa: bianco). Il cane parve approvare quella
scelta perché scodinzolò festosamente. Da quel giorno i tre vissero insieme e si volevano
un gran bene; Sciro non si allontanava mai dai padroni e accompagnava il vecchietto
dappertutto. Un giorno questi andò a zappare nel campiello e Sciro, secondo il solito, lo
seguì. Quel campiello confinava con un altro che apparteneva a un vecchio avaro ed
egoista. Dopo aver trotterellato su e giù, Sciro a un certo punto si fermò e incominciò a
scavare nella terra abbaiando.
- Che cosa hai trovato? - gli chiese il vecchietto - Aspetta, che vengo.
E si avvicinò, ma con immensa sorpresa si accorse che Sciro, scavando, diceva in modo
appena impercettibile:
- Scava qua, bau bau! Scava qua, bau bau!
Il vecchietto scavò, il cane raspò, e finalmente venne allo scoperto una vecchia pentola
piena di monete d'oro. Il vecchietto felice, la portò a casa, ma l'invidioso vicino, che aveva
visto tutto, si arrovellò per la gelosia.
- Dobbiamo farci prestare quel cane - disse alla moglie - Sciro troverà un tesoro anche per
noi.
Infatti il giorno dopo l'avaro si presentò ai due vecchietti e disse:
- Io e mia moglie siamo soli. Dateci Sciro, affinché ci faccia un po' di compagnia.
Ai vecchietti rincresceva molto separarsi dal cane, ma non dissero di no.
- Poveretti! - risposero - Tenetelo pure per qualche ora.
Subito l'uomo afferrò Sciro per il collare, e il cane lo seguì malvolentieri. Non appena
arrivarono nel campo, il vecchio lo prese per il collo e gli sfregò il naso in terra:
- Cerca subito un tesoro - intimò - Altrimenti ti farò assaggiare il mio bastone.
Sciro tentò di divincolarsi, ma l'uomo lo teneva sempre per il collo. Allora il cane cominciò
a scavare. Ma raspa e scava, raspa e scava, fu portato alla luce soltanto un mucchio di
cocci, tegole rotte, ossa e altre cose sporche. Allora il vecchietto inferocito afferrò il
bastone e cominciò a menare gran colpi sulla schiena e sulla testa del cane che guaiva
disperatamente. Udendo i lamenti di Sciro il padrone accorse.
- Non so che cosa ti abbia fatto il mio cane, ma perdonalo - esclamò - Ti domando io
scusa per lui.
E raccolse fra le braccia il povero Sciro che, tutto dolorante, cercava di leccargli la mano.
Ma il cattivo vicino aveva picchiato troppo forte, e nonostante le cure affettuose e
premurose, il povero cane durante la notte morì. I vecchietti lo piansero molto, e il giorno
dopo lo seppellirono in fondo al giardino e piantarono sulla sua tomba un germoglio di
pino. Da allora tutti i giorni andarono a visitare la tomba di Sciro e bagnavano con le loro
lacrime il piccolo pino. Esso crebbe a vista d'occhio e in poco tempo diventò così grosso
che non sarebbero bastate le braccia di tre uomini e circondare il tronco. Il vecchio
commentava stupito:
- Questo non può essere che un prodigio del nostro Sciro. Certo nel tronco alberga
l'anima sua.
- Penso anch'io che sia così - disse la vecchietta e un giorno propose:
- Ricordi quanto gli piaceva quel dolce fatto con farina di riso? Ebbene, perché con quel
tronco tanto grosso non fai un mortaio affinché io possa preparare un dolce grandissimo
da portare sulla sua tomba?
- Ottima idea, moglie mia! - approvò il marito; e in men che non si dica, tagliò il tronco e
fece il mortaio.
Ma quando vi versarono il riso e incominciarono a pestarlo, si accorsero che il riso
cresceva, cresceva. Crebbe tanto che infine traboccò, mentre ogni chicco, non appena
toccava terra, si trasformava in una moneta d'oro. Il vicino che, spiando dalla finestra,
aveva visto tutto, si presentò subito ai vecchietti e disse:
- Vorrei fare un dolce di riso per portarlo alla tomba di Sciro: mi prestereste il vostro
mortaio?
- Con piacere; prendilo pure - gli risposero i due buoni vecchietti.
L'avaro prese il mortaio e tornò a casa. Ma quando incominciò a pestare il riso, si accorse
che questo scemava di continuo, fin che non ne rimase più neanche un chicco, mentre i
granellini caduti a terra si erano trasformati in brutti vermi. Allora il vecchio si infuriò, e
impugnata una scure, fece il mortaio a pezzi, e li gettò nel camino. Il giorno dopo il buon
vecchietto andò a farsi restituire il mortaio.
- L' ho bruciato - gli disse l'avaro. - Prendi la cenere, se vuoi.
Il vecchietto raccolse la cenere e tornò a casa; ma lungo la strada un colpo di vento ne
fece volare via un poco, e dove si posava un bruscolino di cenere subito sbocciava un
fiore. In breve tutti gli alberi intorno furono coperti di corolle come se fosse primavera. Il
principe di quel paese, passando a cavallo, vide da lontano il prodigio.
- Sei tu che hai il potere di far fiorire gli alberi in inverno? - domandò - Sapresti far fiorire
questo ciliegio?
Subito il vecchietto salì sull'albero, sparse un po' di cenere e il ciliegio fiorì. Il principe,
ammirato, fece consegnare al vecchio un sacco di monete d'oro. Quando seppe del
nuovo prodigio, l'avaro raccolse dal camino la poca cenere rimasta e s'avviò verso la
strada dove il principe era solito passare.
- Io sono un fioritore! - gridò non appena lo vide. - Faccio fiorire gli alberi in pieno inverno.
- Anche tu? - chiese il principe - Sei capace di far fiorire questo ciliegio?
Subito l'avaro salì sul ciliegio e gettò la cenere sui rami; ma i rami non fiorirono, mentre la
cenere volò sul volto del principe e lo fece tossire e starnutire.
- Sia bastonato quell'insolente! - egli gridò sdegnato: ma l'avaro si gettò a terra piangendo.
Pietà! Pietà! - supplicava - Sono stato malvagio e Sciro mi ha castigato.
Il principe lo perdonò e il vecchio avaro, pentito, divenne buono come i suoi vicini, e come
loro visse a lungo felice sotto la protezione di Sciro.

fiabe giapponesi: IL GRANDE ISSUMBOSCI


IL GRANDE ISSUMBOSCI
Tanto tempo fa, viveva nel Giappone un bambino piccino piccino che si chiamava
Issumbosci. Questo strano nome significa " Pollicino ", e infatti Issumbosci era alto e
grosso proprio come un pollice, sebbene molto ben fatto e proporzionato. Aveva gli occhi
neri tagliati a mandorla, i capelli raccolti sulla testa in un grazioso ciuffetto. I suoi genitori
gli volevano bene, e quando andavano a lavorare nella risaia lo prendevano con sé e lo
mettevano a sedere sopra un ramoscello o un sassolino raccomandandogli di non
muoversi, altrimenti avrebbe potuto scivolare nell'acqua o cadere in qualche fossatello.
Issumbosci era un bambino ubbidiente: stava fermo a guardare i genitori che lavoravano,
e talvolta si riparava dal sole con una fogliolina, o si sdraiava su un petalo di fior di ciliegio
per schiacciare un sonnellino. Intanto il tempo passava, anche per Issumbosci. Egli non
cresceva mai, ma incominciava a ragionare come un ometto. Mentre stava seduto sul
sassolino o sul ramoscello vedeva, nelle risaie vicine, gli altri ragazzi che si davano da
fare per aiutare i loro genitori: chi stava chino sull'acqua per trapiantare il riso, chi
affastellava gli steli mietuti, e chi infine li legava con una corda, li appendeva a un bastone
sulla spalla e portava a casa il raccolto. Issumbosci invece non era capace di far niente.
Non era nemmeno andato a scuola, perché i suoi genitori avevano paura che cadesse nel
calamaio e restasse infilzato nella punta di un pennino. " Così non può andare avanti ! si
disse un giorno. " Non posso passare il resto della mia vita a farmi vento con un petalo di
fior di ciliegio. Poiché non sono capace di lavorare, vorrei almeno studiare e diventare
sapiente. Ma le scuole più importanti sono tutte in città...bene. Andrò in città, e riuscirò un
giorno a essere utile al mio prossimo anche se sono tanto piccolino." Detto fatto, scese
dal ramoscello e si incamminò verso casa per chiedere il permesso al nonno, che era il
capo della famiglia, e assomigliava a Issumbosci, anche se aveva la faccia piena di rughe,
e una barbetta sottile e trasparente. Il nonno ascoltò con attenzione Issumbosci e approvò
il suo progetto.
- Hai ragione - gli disse. - Fai bene a studiare perché che più sa, più vale. Un giorno potrai
diventare un uomo importante anche se sei tanto piccino. E' meglio che tu vada in città
per via acqua, navigando sul ruscello, lungo la strada potresti essere calpestato da
qualche bufalo, o da qualche viandante. Prendi questa ciotola per il riso: ti servirà da
barchetta; i bastoncini per il riso saranno i tuoi remi. Ma poiché potresti incontrare qualche
pericolo è bene che tu sia armato. Eccoti un punteruolo che introdurrai in una festuca:
così avrai la spada nella guaina. E ora ti benedico e pregherò gli dei per te.
Issumbosci si inginocchiò per ricevere la benedizione del nonno, poi ritornò alla risaia per
avvertire i genitori. Anche i genitori lo benedissero e gli augurarono buona fortuna; quindi
Issumbosci collocò la ciotola del riso sulle acque del ruscello, vi saltò dentro, impugnò i
remi e partì. Il viaggio si svolse senza incidenti. Il ruscello ciangottava sui ciottoli e la sua
voce gli faceva compagnia. Soltanto una volta Issumbosci fece uso delle armi, e fu
quando un ranocchio verde e giallo, incuriosito dalla strana imbarcazione, si avvicinò per
vedere meglio, saltando dall'una all'altra delle foglie di ninfea, e si fermò nel mezzo del
ruscello impedendogli la strada.
- Scostati, che devo passare - ordinò Issumbosci.
- Cra, cra! - rispose il ranocchio in tono impertinente.
Allora Issumbosci sfoderò la spada e punzecchiò il ranocchio proprio sul naso. La bestiola
spicco un salto e si tuffo nell'acqua provocando delle onde che fecero dondolare
paurosamente la barca. Tuttavia, per fortuna, l'imbarcazione non si rovesciò, e Issumbosci
poté riprendere il viaggio e giungere in città senza incidenti. Con i remi spinse la ciotola
fino alla riva e scese a terra, poi entrò in città facendo bene attenzione a non essere
schiacciato dai passanti. Come era bella la città, con case alte, pagode dagli strani tetti
sovrapposti, viali di ciliegi fioriti, boschetti di salici piangenti, piazze larghe più di una
risaia! Issumbosci camminava rasente ai muri ammirando tutte quelle meraviglie, ed era
tanto affascinato dallo spettacolo che non si accorse che il sole tramontava e che la sera
calava pian piano. Ormai le strade erano deserte; tutti erano rientrati in casa e le porte e
le porte e le botteghe erano chiuse. " Come faro " si chiese Issumbosci sgomentato. " Non
vedo né un albergo né una locanda. Proverò a bussare a qualche porta. " e provò infatti,
ma nessuno volle aprire, e neanche una finestra s'illuminò. " Pazienza " si disse allora. "
Canterò, così mi passa la malinconia." Si appoggiò allo stipite di una porta e incominciò a
cantare. Poco dopo la porta si aperse e apparve una fanciulla.
- Credevo che fosse un grillo a cantare - disse, rivolta a Issumbosci. - Entra, se no l'orco ti
mangerà.
- Quale orco? - chiese Issumbosci entrando nella graziosa casetta.
- Un orco tutto rosso che sta nascosto nel boschetto del tempio.
- Io lo ucciderò con la mia spada - esclamò Issumbosci, e la fanciulla non rise, perché
quel ragazzino tanto piccolo le piaceva.
Il giorno dopo andarono insieme al tempio, e Issumbosci, piccolo com'era, fu costretto a
compiere salti prodigiosi per salire la gradinata di marmo. Quando furono in cima, l'orco
sbuco dal boschetto. Era enorme, tutto rosso, aveva due corna sulla testa e le unghie
simili ad artigli. Tutti fuggirono e la fanciulla svenne; ma Issumbosci si piantò a gambe
larghe davanti al mostro.
- Mi fai ridere, gigante! - grido.
- E io ti annienterò moscerino! - rispose l'orco.
E ci provò, infatti, ma Issumbosci gli saltò sulla spalla e incominciò a punzecchiargli gli
occhi.
L'orco cercava di afferrarlo, ma era come tentar di acchiappare un moscerino; Issumbosci
saltellava da tutte le parti e l'orco finiva col lacerarsi con i suoi stessi artigli. Infine il
ragazzino gli entrò in bocca, e scese fini alla pancia: la trapassò con il suo punteruolo e
l'orco cadde a terra, morto. Issumbosci uscì dal buco assieme a un rivolo di monete d'oro.
Intanto la fanciulla, che era rinvenuta, corse a raccogliere l'ultimo respiro dell'orco e lo
gettò verso Issumbosci dicendo:
- Issumbosci, diventa grande!
Immediatamente il ragazzi incominciò a crescere e si trasformò in un magnifico giovane,
che, felice, s'inginocchio davanti alla sua benefattrice. Da tutte le parti accorreva la gente,
felice di essere stata liberata dal mostro e Issumbosci fu portato in trionfo. Più tardi egli
imparò a leggere e a scrivere con i pennellini finissimi sulla carta di seta. Divenne un
grande sapiente, sposò la bella fanciulla, e visse a lungo con lei in una casetta circondata
dai ciliegi e dai mandorli in fiore.

fiabe giapponesi: URASCIMATARO'


URASCIMATARO'
C'era una volta, in Giappone, un pescatore che si chiamava Urascimatarò. Egli era grande
e forte, ma forse appunto per questo, amava molto le creature piccole e deboli, e
specialmente gli animali. Un giorno, mentre passeggiava sulla riva del mare, vide un
gruppo di ragazzi che si agitavano e gridavano. Si avvicinò, e vide che stavano giocando
con una tartaruga, ma giocavano in modo crudele e cattivo, e tormentandola e
stuzzicandola in tutti i modi. Fingendo di ridarle la libertà, e quando la tartaruga
s'incamminava faticosamente verso il mare, subito le erano addosso e la rovesciavamo
sul dorso divertendosi a vederla agitare le zampette all'aria e facendole il solletico sul
muso. Poi ricominciare da capo.
- Vergogna! - gridò Urascimatarò. - Come potete divertirvi a tormentare così quella povera
bestia?
- E tu che c'entri? - risposero i ragazzi, facendo sberleffi. - La tartaruga è nostra.
L'abbiamo catturata noi e possiamo fare quello che ci pare.
Urascimatarò rimase male, ma vedendo che con quei monelli le parole non servivano, su
frugò in tasca e vi trovò alcune monete.
- Sentite, - disse allora ai ragazzi - Volete vendermi la tartaruga? Vi do tutto il denaro che
ho: accettate?
I monelli non se lo fecero dire due volte: presero le monete e corsero verso il più vicino
negozio di dolciumi. Urascimatarò raccolse la tartaruga e la portò delicatamente fino al
mare, poi la mise nell'acqua dicendo:
-Va', povera bestiolina, e un'altra volta cerca di non farti catturare più.
La tartaruga fece un piccolo cenno di saluto, poi scomparve nella profondità del mare.
Urascimatarò la seguì con lo sguardo fin che poté, poi volse le spalle e tornò a casa. Era
rimasto senza soldi e senza cena; infatti il denaro che aveva dato ai monelli avrebbe
dovuto servirgli per comperarsi da mangiare; ma era tanto contento per la buona azione
compiuta che non sentiva neanche la fame. Passò del tempo. Un giorno, come al solito,
Urascimatarò scese in mare con la sua barca e incominciò a pescare. A un tratto gli parve
di udire una vocina sottile che lo chiamava per nome:
- Urascimatarò, Urascimatarò!
Si guardò intorno sorpreso, ma non vide nessuno. C'erano soltanto i gabbiani e le onde, e
sulla riva alcune piante palustri con dei fiori a grappolo. " Avrò sognato" si disse; e
incominciò lentamente a ritirare la rete. Ma ecco che, tra il mormorio delle onde, la vocina
si fece udire di nuovo:
- Urascimatarò! Urascimatarò!
Questa volta sembrava provenisse dal basso, e il giovane si sporse dalla sua barca e
scrutò l'acqua. Vide disegnarsi un'ombra che saliva dal fondo del mare e finalmente
giungeva alla superficie. E una grossa tartaruga, che guardò il giovane e chinò la testa in
segno di saluto.
- Urascimatarò - gli disse - non mi riconosci? Io sono la tartaruga che hai comperato
qualche giorno fa per liberarla dai suoi tormentatori, anche a costo di rimanere senza
cena, ho riferito la tua buona azione al potente Drago, il re del mare, ed egli ti è
riconoscente quanto me. Vorrebbe averti suo ospite per un po' di tempo. Monta sulla mia
groppa e io ti condurrò da lui.
Urascimatarò rimase interdetto. Come avrebbe potuto scendere in fondo al mare senza
annegare? Ma la tartaruga, notando la sua perplessità, si affrettò a rassicurarlo:
- Sei sotto la protezione del re del mare e non devi temere di niente. Sali sulla mia groppa
e non avere paura.
Allora Urascimatarò, incuriosito ubbidì; scese dalla barca mettendosi a cavallo sul dorso
della tartaruga, e subito s'inabissò. Non annegò, infatti; anzi, l'acqua non gli dava nessun
fastidio; gli sollevava soltanto morbidamente i capelli. Intorno c'era una luce che dava un
aspetto magico a tutte le cose: alle alghe, ai coralli, alle meduse iridescenti, ai pesci rossi
e rosati, che agitavano le pinne e le code così larghe e fluttuanti che sembravano veli di
seta. Urascimatarò non si stancava di guardare, e intanto la tartaruga scendeva sempre
più fino a quando non si posò sul fondo, proprio davanti al palazzo del re del mare. Era un
palazzo meraviglioso, fabbricato sopra uno scoglio dalle venature di madreperla. Aveva i
tetti dalla punta rialzata, ricoperti di maioliche verdi e ornati di conchiglie. Una scalinata di
marmo conduceva alla porta d'ingresso.
- Entriamo nel palazzo del potente Drago - disse la tartaruga.
S'incamminò per prima e Urascimatarò la seguì guardandosi intorno a bocca aperta. Due
grossi pesci spada, che facevano la guardia, incrociando le spade in segno di onore; poi
due lunghe file di pesci rossi gli vennero incontro inchinandosi rispettosamente e lo
scortarono fino alla sala del trono. Il potente Drago, re del mare, sedeva su un trono di
corallo tempestato di perle, e aveva un aspetto terribile, ma anche molto maestoso. Le
zampe dagli artigli poderosi, la lunga coda mobile come fiamma, la grande bocca armata
di candide zanne, avrebbero terrorizzato chiunque, ma non Urascimatarò che sapeva di
non aver nulla da temere. Egli s'inginocchiò, e il Drago scese dal trono per venirgli
incontro.
- Urascimatarò - gli disse - io desideravo tanto conoscerti perché ho saputo quando sei
stato generoso con la povera tartaruga prigioniera. Il tuo cuore gentile merita un premio, e
io l' ho preparato per te; te lo consegnerò quando tornerai sulla terra. Ma ora ti prego di
essere mio ospite e di visitare il mio regno. Vedrai ciò che occhio umano non ha mai
potuto vedere.
- Ti ringrazio molto, potente Drago - rispose Urascimatarò inchinandosi - Sarò volentieri
tuo ospite per un po' di tempo. Ma non lodarmi, perché non ho fatto che il mio dovere.
- Ti affido alle meduse mie damigelle - continuò il Drago - e alla tartaruga tua amica. Che il
nostro amato ospite sia rallegrato e servito nel miglior modo possibile!
Detto questo il Drago si ritirò; Urascimatarò fu fatto sedere su una poltrona di corallo
imbottita di alghe. Poi nella sala si svolse uno spettacolo tutto dedicato a lui. Prima i pesci
rossi e azzurri, dalle code fluttuanti come veli, eseguirono una graziosa danza saettando
su e giù, mentre i pesci martello battevano su gusci di conchiglie ritmando il tempo. Poi
alcune coppie di pesci spada tirarono di scherma con molta bravura. Un polpo dalle
lunghe braccia eseguì con destrezza divertentissimi giochi di prestigio, infine alcune
meduse dai colori iridescenti intrecciarono un minuetto agitando graziosamente i loro
tentacoli, mentre un complesso di salmoni, che costituivano l'orchestra, soffiava nelle
conchiglie. Urascimatarò guardava rapito. Non aveva mai visto nulla di più gentile e
divertente, nemmeno da parte dei migliori giocolieri e delle migliori danzatrici del
Giappone. Inoltre la sala era adorna di fregi d'oro e d'argento e un lampadario di diamanti
a cascatella spandeva una luce iridescente che traeva riflessi d'argento dalle piccole onde
create dai ballerini. Terminato lo spettacolo, Urascimatarò fu condotto nella sala da
pranzo dove era imbandita una lunga tavola. Cibi squisiti gli furono serviti in piatti di
conchiglie, e vini prelibati gli furono versati in bicchieri di madreperla. Infine fu condotto a
dormire su un letto di soffici alghe, rivestito da lenzuola di bisso. Per molti giorni
Urascimatarò visse in fondo al mare e, accompagnato dalla tartaruga, lo visitò in lungo e
in largo. Vide praterie coperte di alghe e fiorite di strani animaletti che sembravano
anemoni dai mille colori, visitò grotte di marmo scintillante e adorne di ostriche aperte, con
perle bianche, nere, rosate, vide navi e barche affondate, riviste di muschio vellutato,
galeoni dai fianchi squarciati che lasciavano sfuggire cascate di monete d'oro; vide forzieri
cerchiati di ferro che contenevano tesori.
- Non raccogliere quegli scrigni - suggerì la tartaruga. - Contengono tesori, ma lo scrigno
che ti darà il potente Drago re del mare conterrà un tesoro più prezioso ancora.
- Che cosa conterrà? - chiese Urascimatarò incuriosito. - e quando me lo darà?
- Quando ritornerai sulla terra. Ma adesso resta con noi ancora un po'!
ma le parole della tartaruga avevano destato nel giovane il ricordo e la nostalgia del suo
paese. Un giorno chiese udienza al potente Drago.
- Mio signore - disse inginocchiandosi - io vorrei ritornare sulla terra. Il tuo regno è
magnifico. La tua ospitalità deliziosa, ma...
- Vuoi andartene, Urascimatarò? - chiese il drago con voce accorta. - Forse non ti trovi
bene qui? Io avrei voluto tenerti con me sempre.
- Qui mi trovo benissimo - si affrettò ad assicurare Urascimatarò calorosamente. - ma
sulla terra c'è la mia casa. Non è ornata di gemme come la tua, ma è pur sempre la mia
casa. E ci sono anche mio padre e mia madre. E c'è...- Urascimatarò s'interruppe.
Non osava dirlo, ma c'era anche una bella fanciulla dai capelli neri pettinati con due
crisantemi sulle tempie: abitava in una casetta di fronte alla sua, e ogni tanto lo guardava
e gli sorrideva...
- Va bene, Urascimatarò - disse il Drago. - non sia mai detto che io contravvenga a un tuo
desiderio. Torna dunque sulla terra: la tartaruga ti accompagnerà. E prendi anche, come
mio regalo, questo cofanetto: ma ricordati che non dovrai aprirlo per nessuna ragione.
Così dicendo il Drago gli porse un cofanetto intarsiato di madreperla, che aveva una
serratura d'oro.
- Per motivi che non posso spiegarti, sono costretto a consegnarti anche la chiave -
aggiunse il Drago. -Ma non aprire lo scrigno.
Urascimatarò promise; prese congedo dal re del mare e da tutti gli altri ospiti del palazzo,
e salutato dai pesci spada di sentinella, risalì sul dorso della tartaruga. Questa incominciò
a nuotare verso l'alto, e a poco a poco il giovane sentì le acque diventare più tiepide, e
finalmente rivide il sole!
- Addio Urascimatarò - disse la tartaruga deponendolo sulla riva. - Non ti dimenticherò
mai.
Si tuffò nell'acqua e scomparve, mentre Urascimatarò s'incamminava verso il paese
respirando a pieni polmoni la tiepida e profumata aria della terra. Ma ...il paese non
sembrava più il suo paese, e la casa non sembrava più la sua casa; la capannuccia era
diventata una bella villetta abitata da gente forestiera. Il babbo e la mamma non c'erano
più. Soltanto la casetta dove viveva la bella fanciulla bruna dai crisantemi sulle orecchie
c'era ancora; e sulla sua veranda stava seduta una vecchina dai capelli bianchi.
Urascimatarò le chiese notizie dei genitori.
- Li conoscevo - ammise la vecchina. - Abitavano qui di fronte e avevano un figlio
pescatore. Ma sono morti moltissimi anni fa.
- Come vi chiamate? - chiese Urascimatarò.
- Fior di Loto.
Era proprio il nome della bella fanciulla! Dunque, tanto tempo era trascorso senza che lui
se ne accorgesse, mentre viveva in fondo al mare? Che fare, ora? Tutto turbato
Urascimatarò si diresse verso la spiaggia e incominciò a passeggiare solo e sconsolato.
La cosa era spaventosa, ma forse c'era un rimedio chiuso nella cassettina. E' vero che il
re Drago gli aveva raccomandato di non aprirla mai, tuttavia era meglio forse il disubbidire.
Girò la chiavicina d'oro e il coperchio si sollevò. Dal cofanetto uscì un leggiero fumo
bianco che avvolse Urascimatarò e poi si dissipò. Quando dileguò Urascimatarò si
accorse di essere diventato improvvisamente vecchio, vecchio come Fior di Loto. Era
coperto di rughe, calvo; dal mento gli scendeva una barba bianca; si appoggiava ad un
bastone con la mano grinzosa. Re Drago gli aveva fatto il dono dell'eterna giovinezza, e
lui se l'era lasciata sfuggire con un alito di fumo. Era stato meglio o peggio? Restò
pensieroso a guardare il mare eternamente giovane, su cui i gabbiani volavano con le
larghe ali distese...

fiabe cinesi: HUANG E IL GENIO DEL TUONO

HUANG E IL GENIO DEL TUONO
Il giovane Huang era buono e generoso, tanto generoso che tutti, nel villaggio, tessevano
le sue lodi. Questo a Huang non faceva molto piacere, perché, oltre a tutte le altre virtù,
aveva anche quella della modestia, perciò cercava di beneficare il prossimo di nascosto,
ma la cosa veniva a risapersi lo stesso.
Un giorno il suo amico Sia morì, lasciando sei piccoli fratelli e la vecchia madre. I poveretti
non avevano più nessuno al mondo che si prendesse cura di loro, perché i ragazzi erano
ancora troppo piccoli per lavorare, e la madre troppo vecchia.
Senza pensarci due volte, Huang decise di provvedere all'infelice famiglia e comprò cibo e
vestiti per tutti, provvedendo anche alle altre necessità della casa. Ma sette bocche
costano molto, e in poco tempo il giovane vide sfumare tutte le sue ricchezze e si trovò
ridotto in miseria.
- Non posso andare avanti così - pensò un giorno. - Sono sempre stato uno studioso, e
non so far altro che scartabellare dei libri. Nessuno mi prenderebbe a lavorare, perché
non so far niente; non mi resta che dedicarmi al commercio.
Allora ripose libri, pennelli, carta di seta, e sebbene il cuore gli dolesse nel rinunciare così
a tutto ciò che lo aveva appassionato fino a quel giorno, si dette d'attorno per negoziare in
mercanzie.
Tutti cercarono di aiutarlo nel villaggio, perché avevano capito quando fosse stato un
grande il suo sacrificio; e ben presto il giovane Huang incominciò a far fortuna e, da
povero letterato che era divenne un ricco mercante.
Un giorno, tornando da Nanchino, si fermò in una locanda per riposare. Ordinò una tazza
di tè e stava sorbendola, quando vide entrare nella locanda un uomo altissimo e magro,
tanto magro che sembrava proprio uno scheletro rivestito di pelle.
L'uomo sedette in disparte e rimase silenzioso stringendosi la testa fra le mani. Pieno di
compassione, Huang si alzò e gli si avvicinò.
- Vi sentite male signore? - chiese. Ma l'atro scosse la testa e non rispose.
Allora il giovane mercante si guardò intorno, e visto sopra un tavolinetto un piatto pieno di
riso e di altre vivande, lo prese e lo posò davanti allo sconosciuto. L'altro si gettò sul cibo
con incredibile avidità, e in un baleno aveva divorato ogni cosa.
- Ancora, amico mio? - domandò Huang.
E senza aspettare risposta ordinò un pranzo completo per due persone. Lo sconosciuto
non si fece pregare e spolverò tutto in un batter d'occhio. Quando ebbe vuotato tutti i
piatti, si alzò e si inchinò profondamente davanti a Huang.
- Erano tre anni che non saziavo il mio appetito in questo modo! - esclamò.
Huang lo guardò con stupore.
- Vorreste dirmi come vi chiamate e dove abitate? - domandò.
- Non posso rivelarvi il mio nome - rispose lo strano viaggiatore. - e in quando alla mia
abitazione, sappiate che non ne ho.
Huang non fece altre domande, poiché comprese che lo sconosciuto non gli avrebbe
detto di più; ma essendosi ormai riposato ordinò ai servi di preparare i bagagli per il
viaggio. Quando fu sul punto di ripartire, vide con sorpresa che l'uomo magro si preparava
a partire insieme con lui.
- Signore, - gli disse con gentilezza - voi non potete venire con me.
- Amico mio, voi siete in grave pericolo, - rispose lo sconosciuto - e io non posso
dimenticare il bene che mi avete fatto.
Huang lo tempestò di domande, ma lo straniero non aprì più bocca; allora si rimise in
viaggio rassegnato ad avere l'altro come compagno. Si fermarono una seconda volta per
mangiare, e Huang ordinò un pranzo abbondantissimo ma lo straniero scosse la testa.
- Io mangio soltanto una volta all'anno - dichiarò - Non vi preoccupate per me.
Sempre più meravigliato, Huang fu persuaso che l'uomo non poteva essere che un genio,
e lo trattò con gentilezza anche maggiore. Infine venne il momento di percorrere un lungo
tratto di fiume sopra una giunca, ma erano appena imbarcati, che si scatenò una violenta
tempesta, con un vento così forte e onde tanto alte che la giunca si capovolse e tutti i
passerei furono scaraventati nell'acqua.
Molti di essi affogarono, e sarebbe forse annegato anche Huang, se lo straniero non se lo
fosse caricato sopra le spalle, nuotando poi fino a una giunca che, miracolosamente, non
si era rovesciata.
Nel frattempo il vento si calmò, e anche le acque ritornarono tranquille; ma tutte le
mercanzie erano cadute nel fiume durante il naufragio, e Huang, sebbene fosse salvo,
ormai era ridotto povero in canna. Salì a bordo angosciato, pensando con rammarico a
tutte le sue mercanzie perdute, quando vide lo sconosciuto salire sul bordo
dell'imbarcazione e gettarsi nel fiume a testa in giù.
Scomparve fra le acque, e riemerse poco dopo reggendo fra le braccia una parte dei
bagagli di Huang. Li lasciò sul ponte e si tuffò di nuovo. Così a poco a poco Huang si
trovò in possesso di tutti i suoi beni. Infine lo straniero risalì a bordo.
- Non so proprio come ringraziarvi - esclamò Huang commosso e ancora stupefatto.
- Ho soltanto saldato il mio debito, -rispose lo straniero - e adesso posso lasciarvi.
- Oh, no! - supplicò Huang. - Rimanete con me e termineremo insieme il viaggio!
Sembrava che l'uomo non chiedesse di meglio; subito aiutò Huang a contare e riordinare i
bagagli e domandò:
- Manca nulla?
- Soltanto uno spillone d'oro - rispose il giovane mercante.
L'uomo si tuffò subito e poco dopo riapparve stringendo in mano lo spillone. Huang, più
che mai sbalordito, non sapeva come dimostrare la propria riconoscenza allo straniero.
Infine pregò:
- Se non sapete dove andare, venite a casa mia e vivete con me.
L'uomo accetto e, giunti al termine del viaggio, si sistemarono insieme nella casa di
Huang.
Quando furono passati dodici mesi dal giorno del loro incontro, Huang fece preparare un
banchetto abbondantissimo e prelibato, poiché ricordava che lo straniero mangiava
soltanto una volta all'anno. Ordinò per cento persone, ma l'uomo divorò tutto in un baleno.
Quando ebbe finito, si inchinò ancora profondamente davanti a Huang, e lo ringraziò con
affetto.
- Non ho mai conosciuto un uomo come voi - gli disse. - Voi pensate sempre al bene degli
altri, e mai al vostro!
Huang si sentì tutto confuso, perché non gli sembrava di meritare quegli elogi, ma l'uomo
proseguì:
- Tra poco dovrò lasciarvi, e questa volta per sempre. Sappiate che io sono il Genio del
Tuono, e fui condannato a errare per cinque anni sulla terra.
Udendo questo Huang si sentì tutto confuso, perché non gli sembrava di meritare quegli
elogi, ma l'uomo proseguì:
- Esprimete qualsiasi desiderio, e io lo esaudirò.
In quel momento il cielo si coperse di nubi, e si sentì il rombo del tuono. Allora Huang
ebbe un idea.
- Vorrei fare una passeggiata fra le nuvole.
Il Genio del Tuono si mise a ridere, e rideva ancora quando Huang si trovò seduto sopra
una nuvola che viaggiava dolcemente nello spazio infinito. Sulle prime ebbe una gran
paura, ma poi alzò gli occhi e vide nella volta celeste una miriade di stelle splendenti
come gemme in un diadema.
Protese la mano, e la stella più vicina gli cadde nella manica. Poi, guardandosi intorno,
vide venire un carro dorato, chiuso da cortine di seta grigia e trascinato da due draghi che
galoppavano sollevando e abbassando il dorso. Le loro code ondeggianti facevano il
rumore che produce una frusta sopra un piatto di bronzo.
Attraverso le cortine si scorgeva dentro il carro una fata bellissima che aveva vicino un
grosso tino pieno d'acqua. Dietro il carro venivano molte persone, e fra esse, c'era il
Genio del Tuono. Questi si avvicinò a Huang e lo prese per mano sorridendo; poi lo
condusse verso il carro.
- Questa è la Fata della Pioggia - disse. - In questo momento è molto adirata con gli
uomini e ha deciso di non lasciare più cadere sulla terra una goccia d'acqua,
condannando così le campagne a una tremenda siccità.
Poi il Genio del Tuono si inchinò alla fata e disse, indicando Huang:
- Questo giovane è un mio amico.
La Fata abbassò la testa sorridendo graziosamente, e indicò a Huang alcune secchie di
rame che stavano appese intorno al carro. Il giovane ne prese una, poi si rivolse al Genio
per avere spiegazioni.
L'uomo fece un gesto, e improvvisa mente le nuvole si squarciarono; Huang poté vedere il
suo villaggio e le campagne intorno, arse per la siccità. Allora capì ciò che doveva fare:
immerse la secchia nel tino, senza che la Fata si opponesse, lasciò cadere l'acqua nello
squarcio delle nuvole e ripeté quel gesto alcune volte. Alla fine il Genio disse:
- Adesso dovete ritornare sulla terra. Dietro il carro pende una corda; afferratevi a quella e
non abbiate paura.
Veramente Huang aveva moltissima paura; ma quando si accorse che tutti ridevano
intorno a lui, si fece coraggio, afferrò la corda con le due mani e si lasciò scivolare, un
attimo dopo si trovò nella sua stanza, come se nulla fosse accaduto. Ma il suo amico non
c'era più. Allora uscì di casa, e vide che nel villaggio tutti erano allegri e festosi!
- Finalmente! - gli gridò un amico ridendo felice. - La campagna moriva di sete, ma oggi è
venuta la pioggia e il nostro raccolto è salvo.
Nessuno, naturalmente, sospettava che quella pioggia era dovuta a Huang, e il giovane si
guardò bene dal raccontare a chicchessia la sua straordinaria avventura.
Alla sera, mentre si spogliava per andare a letto, vide una pietra scura scivolargli fuori
dalla manica. Allora si ricordò della piccola stella che aveva staccata dalla volta celeste.
Era spenta e fredda, ma decise di tenerla come ricordo; perciò la posò sul tavolino e andò
a dormire. Ma durante la notte qualche cosa lo risvegliò. La stella, sul tavolo, brillava di
una luce vivissima, e tutta la casa ne era illuminata. Stupefatto, Huang si avvicinò,ma
accadde un altro prodigio: la stella parve ingrandire e trasformarsi, e infine divenne una
giovane e bellissima fanciulla che gli sorrideva dolcemente.
- Mio signore - disse con voce che sembrava una musica, - io mi chiamo Ferma-Nuvole, e
il Genio del Tuono mi ha mandata da voi perché io sia la vostra sposa.
Huang non riusciva a riaversi, tanta era la commozione e la gioia; ma infime ritrovò la
voce, e chiamati i servi, comandò che fosse preparato quando occorreva per la cerimonia
delle nozze.
Il giorno dopo amici e parenti accorsero a festeggiare la giovane coppia, e fu imbandito un
sontuoso banchetto. Mentre gli sposi si scambiavano la promessa, si sentì un forte rombo
di tuono e cadde una pioggia leggera, fresca come la rugiada, lucente come diamanti.
Erano i Geni delle Nuvole che mandavano i loro doni agli sposi

fiabe cinesi: LA STRANA AVVENTURA DI LIU'

LA STRANA AVVENTURA DI LIU'
Nel grande lago Tung-Ting, tutti lo sanno, abitano i geni delle acque. Sono, di solito allegri
burloni: si prendono gioco dei marinai e dei pescatori, ma non fanno male a nessuno.
Però c'è, fra gli altri, qualcuno dal carattere veramente crudele.
Spesso i geni del lago si impadroniscono delle giunche ancorate nei porti, e le utilizzano
per le loro feste e danze. Succede così: il cavo che lega la giunca alla riva si allenta
all'improvviso e l'imbarcazione se ne va alla deriva, mentre si ode intorno una musica
deliziosa.
Allora i viaggiatori si nascondono nel fondo della giunca e stanno immobili, con gli occhi
chiusi. Facendo così, sono sicuri che non capita a loro nulla di male: al termine della
passeggiata la giunca si ferma, ed essi la ritrovano ancora al punto di partenza.
Una notte, a bordo di una giunca, si trovava un giovane di nome Liù. Tornava a casa dopo
essere stato nella città vicina a sostenere certi esami, ma gli esami erano andati male, e
Liù se ne tornava al suo paese bocciato e avvilito.
Sedeva a prua, triste e pensieroso, rimuginando i suoi tristi casi, quando sul lago
incominciò a diffondersi una musica deliziosa creata da strumenti invisibili. Udendo quei
suoni, marinai e passeggeri si alzarono di scatto dai loro posti e corsero a gettarsi sul
fondo della giunca, chiudendosi gli occhi con le mani. Tutti, a gran voce, esortarono Liù a
fare altrettanto; ma il giovane non li ascoltò.
Era tanto arrabbiato contro tutti per il fallimento negli esami, che non aveva paura
nemmeno dei geni del lago! Si sentiva pronto a sfidarli: a sfidare il mondo intero! Perciò si
nascose dietro un rotolo di cordami, e tenne gli occhi bene aperti per vedere lo spettacolo
di cui aveva udito parlare e di cui nessuno era mai stato testimone.
La musica cresceva di tono: tamburi e trombe facevano tanto rumore che il giovane si
sentì quasi stordito. L'aria si era riempita di profumo, e a poco a poco sul ponte della
giunca si delinearono le figure di molte bellissime fanciulle splendidamente vestite che
cantavano e danzavano. Il giovane guardava con occhi sbarrati. Le ragazze piroettavano
intorno prendendosi per mano e lasciandosi, al ritmo della musica; ma una, forse la più
bella di tutte, giunse danzando leggerissima presso il rotolo di cordami dietro il quale era
nascosto Liù. Aveva ornamenti sui capelli; indossava un vestito color dell'uccello del
paradiso, e calzava minuscole scarpette di velluto rosso.
Quando la vide tanto vicina, Liù non seppe trattenersi: uscì dal suo nascondiglio e protese
la mano per fermare la bella giovinetta; ma riuscì appena ad afferrare un lembo della
lunga manica svolazzante. Nel sentirsi presa così, la ragazza gridò:
- Oh, oh, lasciami!
- Si; se mi dici chi sei e come ti chiami - rispose il giovane.
La danzatrice tentò di svincolarsi. Ma Liù non lasciava la stoffa, e fu così che la manica si
lacerò: la fanciulla fuggì e Liù si trovò fra le mani un lembo di seta color dell'uccello del
paradiso. Ma quasi all'istante comparvero intorno a lui venti soldati e il loro capo gridò:
- Portatelo davanti al re!
Subito un soldato legò le mani di Liù, e gli altri lo spinsero avanti, vicino a un trono dorato
su cui stava seduto un uomo imponente vestito di abiti ricchissimi. Con uno spinone i
soldati fecero inginocchiare il giovanotto, mentre il re gridava con voce tonante:
- Tu hai osato toccare la veste di una damigella della mia corte! Lo sai cosa ti aspetta?
Preparati a morire, perché io ti farò tagliare la testa.
Liù non perdette la sua calma.
- Credo che tu sia il re del lago Tung-Ting - commentò. - Mi sembrava di aver udito parlare
della tua generosità, ma non sembra che la tua fama corrisponda davvero al tuo carattere.
Infatti tu mi fai morire soltanto per aver toccato il lembo di una veste di seta.
Sospirò e aggiunse:
- Del resto questa e la giornata delle mie disgrazie, ed è giusto che vada a finire così.
Il re lo guardò incuriosito.
- La tua morte può anche aspettare. Dimmi che cosa ti è capitato.
- Questo forse non potrà interessarti, ma sappi che io credevo di essere un ottimo poeta.
Però, quando mi sono presentato agli esami convinto di superarli con onore, sono stato
invece bocciato.
- Allora tu componi poesie? Ti metterò alla prova. Se saprai comporre un poema sui
diversi modi di pettinarsi ti farò la grazia della tua vita.
- Dammi l'occorrente per scrivere, e mi metterò al lavoro.
Immediatamente i servi portarono davanti a Liù pennelli, inchiostro di china e rotoli di carta
fine come la seta. Liù sedette in disparte poi incominciò a scrivere.
Dopo un'ora aveva finito. Allora il giovane portò il poema al re, il quale svolse il rotolo e
incominciò a ridere, e rise fino alla fine. Quando ebbe terminato, ammise di essersi
divertito immensamente.
- Avevi proprio ragione, - dichiarò - sei un letterato di valore, e io non ti farò morire, anzi,
affinché anche tu possa riconoscere la mia generosità ti prego di accettare questi doni.
Subito alcuni servi deposero ai piedi di Liù dieci libbre di oro puro, e su di esse fu messa
una squadra da falegname in cristallo di rocca. Il re aggiunse:
- Se nel lago tu dovessi trovarti in pericolo, questo oggetto ti salverà.
Detto questo, il re scese dalla giunca, salì in una splendida portantina e subito dopo tutti
scomparvero.
Sul lago regnava il più assoluto silenzio, e a poco a poco i marinai e i passeggeri della
giunca risalirono dal fondo: poi la nave riprese la sua navigazione verso nord. Liù se ne
stava seduto in un angolo e guardava il lago; non raccontò ad alcuno ciò che gli era
capitato. Per quanto i passeggeri si rivolsero spesso a lui per parlargli, il ragazzo
rispondeva a monosillabi e continuava a pensare alla sua strana avventura. Poco dopo
bruscamente il vento cambiò direzione.
- Disgraziati noi! - gridò il capitano. - Stiamo per incappare in una burrasca!
Infatti le onde del lago erano diventate color piombo e si sollevavano in ondate sempre più
alte; in cielo nuvolosi neri, neri si inseguivano, spinti da un vento furioso. La burrasca si
scatenò con una violenza mai vista, e tutte le giunche che stavano attraversando il lago si
capovolsero; i marinai, travolti dalle ondate, cercavano di aggrapparsi ai rottami, ma molti
di essi annegarono.
Liù, sul ponte della sua giunca, teneva stretta fra le mani la squadra in cristallo di rocca, e,
come per prodigio, le ondate più alte e più violente all'improvviso si fermavano, si
placavano, svanivano.
La giunca continuava a navigare attraverso il lago in tempesta, e soltanto sotto di lei e
intorno a lei le acque si facevano lisce come l'olio. Così tocco la riva senza risentire alcun
danno, con gran stupore dei passeggeri e dell'equipaggio.
Liù scese tutto allegro, e subito cercò i suoi amici per raccontare loro la sua straordinaria
avventura. Naturalmente non pensava più agli esami, e non ricordava nemmeno il
disinganno e la collera per la bocciatura. Il tempo passò, Liù non scriveva più poesie, ma
aveva incominciato a occuparsi di affari. Un giorno, mentre si trovava a Wu-Ciang, udì dei
negozianti che parlavano di uno strano caso.
- Vive in questo villaggio - diceva uno di essi - una vecchia signora che si chiama Lee. Ha
una figliola bellissima, e molti giovani avrebbero voluto sposarla, ma la signora Lee
risponde a tutti concederà la mano di sua figlia soltanto a quel pretendente che mostrerà
un oggetto identico a quello che la ragazza porta in dote.
- Quale oggetto? - chiese Liù incuriosito.
- Una squadra da falegname in cristallo di rocca.
Appena ebbe udito ciò, Liù tornò a casa, prese la squadra che gli era stata regalata dal
Genio del Fiume e andò subito a bussare alla porta di casa della signora Lee. La donna
gli aperse sorridendo. Non appena Liù ebbe mostrato la sua squadra, la signora chiamò la
figlia, una ragazza bellissima, la quale si presentò reggendo fra le mani una squadra
assolutamente identica, che brillava rifrangendo i raggi del sole.
La signora Lee disse a Liù che gli concedeva la figlia in sposa , e il giovane manifestò
subito il desiderio che le nozze fossero celebrate al più presto.
- Benissimo - asserì la vecchia signora. - Lascia qui la tua squadra, torna a casa e manda
la portantina a prendere la sposa.
A Liù rincresceva molto separarsi dal suo prezioso talismano, ma la vecchia gli disse:
- Devi dare una prova di amore alla tua bellissima fidanzata.
Allora Liù si rassegnò, e consegnata la squadra, si avviò al porto dove stava ancorata la
giunca con la quale era arrivato a Wu-Ciang. Domandò al capitano dove trovare chi gli
noleggiasse una portantina, e dopo aver dato disposizione affinché a bordo tutto fosse
pronto per accogliere la sposa, assodò portatori, servi e musicanti.
Tra suoni di pifferi e di piattini, il corteo nuziale si avviò verso la casa della signora Lee, e
Liù lo accompagnava tutto felice; ma, quando arrivò, lo aspettava un'amara sorpresa: la
casa era vuota e deserta, non solo, ma sembrava anche disabitata da molto tempo. I
ragni avevano tessuto le loro ragnatele davanti alla porta e alle finestre; le erbe selvagge
crescevano fin sulla soglia.
Tutti incominciarono a ridere e a burlarsi di lui e Liù, vergognoso e indispettito, licenziò
portatori e musicanti e tornò al porto tutto malinconico, rimproverandosi mille volte di
essere stato sciocco. Come giustificarsi, davanti il capitano, per quel matrimonio
mancato? Ma, appena salito a bordo, udì una dolcissima voce che gli diceva:
- Liù, perché arrivi così tardi?
E con immenso stupore vide davanti a sé una giovinetta bellissima che gli sorrideva
dolcemente. La giovinetta indossava un abito color dell'uccello del paradiso e calzava un
paio di scarpette rosse; soltanto la sua manica appariva lacerata, e ne mancava un
piccolo lembo. Liù credeva di sognare e la fanciulla, vedendolo, rise divertita.
- Perché mi guardi così? sembra che tu non mi abbia mai vista!
Liù finalmente ritrovò la voce e disse:
- Voi siete la fanciulla che danzava sulla giunca, quella notte!
- Sono proprio io. Ora ti spiegherò tutto. Colui che tu vedesti sulla giunca quella notte, era
proprio il re del lago di Tung-Ting. Egli fu così contento di averti conosciuto, che scelse me
perché fossi tua sposa. Però non voleva che io sbagliassi, e mi diede una squadra in
cristallo di rocca identica alla tua, affinché servisse come segno di riconoscimento. Così
volle vedere quella che tu avevi dato a me, e io gliel'ho portata, oggi: perciò non hai
trovato nessuno a casa mia. Io mi chiamo Loto-Nascente e sono la prediletta della regina.
- E la signora Lee?
- E' soltanto una dama di compagnia che aveva l'incarico di accompagnarmi e servirmi in
attesa del tuo arrivo.
Liù era al colmo della gioia.
- Andiamo a casa mia! - esclamò. - Non appena arrivati ti presenterò ai miei genitori e
celebreranno le nozze.
-Un momento: non abbiamo ancora definito la questione della mia dote!
- Oh, lo sapevo che tu non avevi altra dote che la tua squadra da falegname! - riabbatte
Liù con calore. - Ma a me basta così.
La fanciulla sorrise dolcemente.
- Niente affatto: io debbo eseguire gli ordini del re e della regina. Anzi, ti prego di
aspettarmi un attimo.
Così dicendosi tolse uno spillone dai capelli e lo gettò nell'acqua. Subito dalle acque del
lago emerse una piccola barca che si accostò alla giunca. La fanciulla vi balzò dentro
leggera, e subito dopo tutto sparì.
Rimasto solo, Liù sedette tristemente su un rotolo di cordami, e ristette a guardare la
superficie del lago, proprio nel punto in cui la sua bella sposa era scomparsa. Il cuore gli
tremava, nel timore che la giovinetta, questa volta, se ne fosse andata per sempre. Ma a
un tratto, proprio nel punto in cui era sparita la piccola barca, apparve una grande e bella
giunca che, a vele spiegate, venne ad allinearsi proprio a fianco a quella di Liù.
Dal ponte spiccò il volo uno stupendo uccello del paradiso, il quale venne a posarsi
accanto al giovane, e subito si trasformò nella bella Loto-Nascente che gli sorrideva. Poi
dallo stesso ponte mani invisibili incominciarono a gettare oro, pezze di seta, gioielli e
oggetti preziosi in tale quantità, che ben presto il ponte della giunca di Liù ne fu tutto
ricoperto.
- Questa - disse la fanciulla - è la dote che ti inviano il re e la regina del lago di Tung-Ting.
E ogni volta che andrò a far loro visita, me ne daranno altrettanta.
Liù non aveva più parole per lo stupore e la gioia. Prese per mano la giovane sposa,
mentre il capitano faceva spiegare le vele.
La giunca si mosse e in poco tempo attraversarono il lago senza il minimo incidente.
Quando i due giovani giunsero a casa, i genitori di Liù non potevano credere ai loro occhi,
tanto la sposa era bella e le ricchezze preziose e abbondanti.
Gli sposi vissero felici insieme per molti anni, e nessuna nube venne mai a turbare la loro
serenità.
L'unico rimpianto di Liù era che non gli fosse stata restituita la sua bella squadra da
falegname in cristallo di rocca.