martedì 2 giugno 2009

fiabe arabe: ALI' BABA' E I QUARANTA LADRONI

ALI' BABA' E I QUARANTA LADRONI
In una città della Persia vivevano due fratelli: Cassin e Alì Babà. Non erano affatto ricchi,
perché il loro vecchio padre, morendo, aveva lasciato soltanto un piccolissimo podere,
che essi avevano diviso a metà. Ma le cose erano andate diversamente per i due fratelli:
Cassin aveva sposato una donna ricca, che gli aveva portato in dote un magazzino pieno
di mercanzia, e nel giro di pochi mesi era diventato il più ricco mercante della città.
Alì Babà aveva sposato una donna povera come lui, e per mantenere i suoi figli non
aveva altro mezzo che tagliare la legna nella foresta che sorgeva al limite della città.
E fu proprio nella foresta che cominciò la grande avventura di Alì Babà, il povero
boscaiolo. Un giorno, mentre stava caricando i tre asinelli che rappresentavano tutta la
sua ricchezza, vide avvicinarsi una grande nuvola di polvere e, in mezzo alla polvere, un
numero imponente di cavalieri.
Per quanto non si sapesse della presenza di ladroni in quella parte del paese, pure Alì
Babà ebbe subito il sospetto che proprio di ladroni si dovesse trattare.
Senza preoccuparsi dei suoi asinelli, nascosti alla meglio tra i cespugli e i tronchi, il povero
boscaiolo si arrampicò sopra albero e si nascose in modo tale de vedere tutto senza
essere veduto. L'albero cresceva proprio vicino ad una grande roccia che sembrava un
isolotto in mezzo alla foresta; le sue pareti erano così ripide e prive di appigli che nessuno
uomo avrebbe potuto scalarle. Il cavalieri, che erano tutti alti, robusti e ben equipaggiati,
appena arrivarono ai piedi della roccia smontarono da cavallo. Alì Babà, dall'alto del suo
albero, ne contò quaranta e dal loro aspetto ebbe la certezza che essi erano veramente
dei predoni e senz'altro fra i più feroci.
Egli non si sbagliava. Erano infatti quaranta ladroni, tutti della stessa banda, che avevano
il loro punto di ritrovo nella foresta.
Ogni cavaliere tolse dalla groppa del proprio cavallo un sacco pieno di orzo e lo attaccò al
collo della bestia dopo averla liberata dalla sella e dalle briglie. Poi ognuno di loro prese
altri sacchi e altri involti che aveva con sé e Alì Babà pensò subito che contenessero gli
oggetti rubati. Il più alto dei ladroni si mise davanti seguito dagli altri trentanove;
percorsero pochi passi tra i cespugli e gli arbusti e si fermarono dinanzi alla parete di
roccia dove il capo pronunciò a voce alta e chiara:
- Sesamo apriti!
Subito una porta si aprì nella parete: i ladroni entrarono uno dietro l'altro, seguiti dal capo
che entrò per ultimo e la porta si richiuse alle sue spalle. Alì Babà fu preso da un grande
stupore di fronte a questa magia misteriosa. "Sesamo, apriti...Che strane parole! Devo
ricordarle anch'io" pensò tra sé. "Ma che cosa ci sarà mai in quella roccia? Deve essere
molto grande se hanno potuto entrarci ben quaranta uomini!". Alì Babà teneva gli occhi
fissi all'apertura della roccia e, un po' per la paura di essere scoperto, un po' per la
curiosità di vedere che cosa stava succedendo, non osò muoversi.
Passò molto tempo; alla fine la porta si aprì e ne uscirono i quaranta ladroni preceduti dal
capo che disse a voce alta:
- Sesamo, chiuditi!
E la porta si richiuse pesantemente alle loro spalle. Allora i ladroni rimontarono a cavallo e
si allontanarono in una nuvola di polvere. Alì Babà non scese subito dall'albero. Pensava
tra sé: "Se avessero dimenticato qualche cosa e tornassero indietro, mi troverei in un bel
guaio!".
Il boscaiolo attese prudentemente ancora un po' di tempo. Qualche ora dopo, si calò
dall'albero: passò attraverso i cespugli e, giunto davanti alla parete della roccia, provò a
ripetere a voce alta e chiara le parole magiche:
- Sesamo, apriti!
La roccia si aprì, ma, al contrario di quello che Alì Babà aveva temuto, non nascondeva
una caverna oscura e tenebrosa. L'interno era vasto e splendidamente illuminato, poiché
un'apertura dall'alto faceva liberamente entrare aria e luce. Intorno erano accatastate
stoffe di seta e di broccato, tappeti di grande valore e, soprattutto, oro e argento. La grotta
doveva essere asilo dei ladroni certamente da molti e molti anni e quivi nascondevano il
loro bottino.
Alì Babà fece presto a decidersi; entrò nella grotta, e subito la porta si chiuse alle sue
spalle. Ma questo non lo preoccupò, perché sapeva di poterla riaprire a suo piacimento. Si
avvicinò a un sacco d'oro e si empì le tasche di monete; per ben dieci volte andò avanti e
indietro, dall'interno della grotta alla foresta, per caricare d'oro i suoi tre asinelli. Ogni volta
comandava:
- Sesamo, apriti! - e poi:
- Sesamo, chiuditi!
Alla fine, coperto l'oro con pezzi di legno e legato il prezioso carico, se ne tornò in città.
Entrato che fu nella sua povera casa, Alì Babà ne chiuse bene la porta, poi rovesciò tutto
l'oro davanti alla moglie, che non poteva credere ai suoi occhi:
- Alì Babà! - strillò la buona donna - Saresti così disgraziato da metterti a rubare?
- No moglie mia, - rispose il boscaiolo - io non sono un ladro, a meno che sia rubare il
togliere ai ladri. Ma ascolta la mia storia.
Alla fine del racconto la moglie di Alì Babà era pienamente convinta.
- Voglio contare queste monete per sapere quante sono. - disse.
- Niente affatto, non abbiamo tempo da perdere. Io scaverò una fossa e nasconderò tutto
questo oro, che mi fa veramente paura.
- Ma è bene sapere quanto possediamo! Prendiamo una misura di grano e misuriamolo
senza starlo a contare moneta per moneta.
- E sia, - sospirò Alì Babà - ma certamente saprai che noi non abbiamo misure in quanto
non abbiamo mai avuto grano da misurare.
- Lo so benissimo; ma andrò a chiederne una in prestito a mia cognata, che non potrà
rifiutare.
Infatti la moglie di Cassim non rifiutò affatto: ma fu presa da una grande curiosità. Che
cosa aveva da misurare sua cognata, la moglie di quel miserabile di Alì Babà, che non
aveva mai posseduto un pugno di grano? E, per soddisfare questa curiosità, spalmò di
grasso il fondo della misura prima di consegnarla, con grandi raccomandazioni, alla
cognata.
L'oro riempì molte misure, e Alì Babà e la moglie erano raggianti. Con molta premura la
donna riportò la misura alla cognata, la ringraziò, e se ne tornò a casa aspettando
pazientemente che il mistero si chiarisse.
- Cassim! - gridò la moglie - Vieni a vedere che cosa ha misurato quel disgraziato di tuo
fratello!
E mostrò al marito meravigliato una moneta d'oro che era rimasta attaccata al fondo
grazie allo strato di grasso che vi era stato spalmato prima. Cassim non si sentì affatto
felice per la fortuna toccata al fratello; anzi, sentì subito nel cuore una gelosia fortissima
che non lo fece dormire per tutta la notte. Appena si fece giorno, si recò alla casa di Alì
Babà.
- Alì Babà, tu sei un mentitore e un falso fratello. Vivi come un miserabile e hai tanto oro
da misurarlo come fosse grano!
- Fratello mio, io non so veramente di che cosa vuoi parlare!
- Non fare il furbo: - riprese Cassim tirando fuori la moneta d'oro; - questa è rimasta
attaccata sul fondo della misura che mia moglie ha prestato alla tua.
Alì Babà comprese che era inutile continuare a mentire e, con la massima sincerità,
raccontò tutto al fratello; anzi, si offrì di accompagnarlo; ma Cassim rifiutò sgarbatamente,
rispondendo che preferiva andare da solo. Infatti, allo spuntare del giorno, Cassim uscì
dalla città portando con se dieci muli robusti, carichi di grandi casse che il mercante si
proponeva di riempire in quel primo viaggio.
Arrivò alla foresta, si diresse verso i cespugli che il fratello gli aveva descritto, trovò la
parete di roccia e gridò:
- Sesamo, apriti!
La porta si aprì, e Cassim si trovò nell'interno della caverna, mentre la porta si richiudeva
senza rumore alle sue spalle. Da buon mercante, si mise a esaminare le stoffe, i tappeti e
tutti gli oggetti preziosi che stavano ammucchiati vicino alle pareti; quindi immerse le mani
nell'oro e nell'argento, pieno di gioia e d'entusiasmo. Poi si ricordò delle casse portate dai
muli e volle uscire per cominciare il carico:
- Apriti!
Ebbe un bel gridare, piangere, minacciare, invocare: la porta restava chiusa. La frase
magica era completamente sfuggita dalla sua mente, e più tentava di ricordarla, più la sua
memoria s'imbrogliava. Alla fine, senza uno sguardo per le ricchezze che lo circondavano,
Cassim si gettò a terra piangendo.
Verso mezzogiorno, i ladroni tornarono alla loro grotta. Videro i dieci muli carichi di casse
che, spaventati dall'arrivo dei cavalieri, si diedero alla fuga per la foresta. Il capo sfoderò
la spada e si diresse verso la parete di roccia:
- Sesamo, apriti!
La porta si aprì e Cassim si precipitò fuori; ma non poté fare un passo di più, perché le
spade dei ladroni caddero su di lui e lo stesero a terra morto.
Entrati nella grotta, i ladroni tennero consiglio; non capivano come quello sconosciuto
fosse potuto entrare nel loro nascondiglio: nessuno, all'infuori di loro, conosceva e sapeva
le parole magiche necessarie per far aprire e chiudere la porta. Decisero alla fine di
lasciare il corpo dello sconosciuto nell'interno della grotta e di rimanere poi per qualche
tempo lontani da quel luogo, per evitare spiacevoli sorprese. Così fecero, e ben presto
nella foresta ritornò il silenzio.
Nel frattempo la moglie di Cassim era di grandi pene non vedendo ritornare il marito. Alla
fine si decise e andò da Alì Babà.
- Tu sai che tuo fratello è andato nella foresta e non è ancora tornato. Io sono in grande
pena e temo che gli sia accaduto qualche cosa di terribile.
Alì Babà era ancora offeso perché il fratello non lo aveva voluto con sé; ma quando fu
passato anche tutto il giorno dopo e di Cassim non si ebbe alcuna notizia, allora il
boscaiolo decise di andare a vedere che cosa fosse accaduto.
Prese, come al solito, i suoi tre asinelli e si diresse verso la foresta; arrivato davanti alla
roccia, si stupì di non vedere traccia dei dieci muli che Cassim aveva portato con sé.
Disse le parole magiche e la porta si aprì.
La prima cosa che il poveretto vide fu proprio il corpo di suo fratello, straziato da mille
ferite. Non ci volle molto tempo perché Alì Babà comprendesse quello che doveva essere
successo nella grotta. Sollevò il corpo del fratello, lo avvolse in un prezioso tappeto e lo
caricò su uno degli asinelli, allontanandosi più presto che poté.
Arrivato in città, andò a bussare alla casa della cognata. La porta gli fu aperta da una bella
e giovane schiava, Morgiana, che aveva fama di essere molto astuta e coraggiosa.
- Senti, Morgiana - disse Alì Babà - la prima cosa che ti raccomando e il segreto più
assoluto. Qui c'è il corpo di mio fratello Cassim; è importante farlo seppellire come se
fosse morto di morte naturale. Nessuno dovrà mai sapere la verità, o tutte le nostre vite
saranno in pericolo.
Lasciando la cognata a piangere sulla triste sorte del marito, Alì Babà, aiutato da
Morgiana, trasportò il corpo di Cassim nella sua stanza, adagiandolo sul letto. Subito
dopo, Morgiana uscì per andare a comprare delle medicine dallo speziale più vicino.
- Ahimè! - si lamentava la bella schiava - Temo che il mio povero padrone non avrà
neanche il tempo di prenderle tutte!
Così fece anche il giorno dopo, lamentando che la malattia progrediva di ora in ora.
Intanto Alì Babà e la moglie traversavano più volta al giorno la strada per andare a
domandare notizie della salute di Cassim, in modo che tutti i vicini vedessero e sentissero
ogni cosa. Alla fine, i lamenti della moglie annunciarono a tutto il vicinato che Cassim era
morto. Appena fu giorno, Morgiana uscì di casa e si diresse verso la bottega di un
vecchissimo sarto, chiamato Babà Mustafà.
- Babà Mustafà, vuoi guadagnare una moneta d'oro? - gli domandò la schiava
- Buona idea, figlia mia - rispose il vecchio - di che si tratta? Io sono pronto a tutto.
- Si tratta di fare per me un onesto lavoro; ma, per arrivare sul posto, devi lasciarti
bendare gli occhi.
Babà Mustafà si lasciò bendare e condurre da Morgiana. Arrivarono fino alla porta
secondaria della casa di Cassim; qui la schiava tolse la benda dagli occhi del vecchio e lo
condusse nella stanza del morto.
- Babà Mustafà - disse Morgiana - ti ho portato fin qui perché tu possa fargli il vestito
funebre. Non perdere tempo e mettiti al lavoro senza far domande; quando avrai
terminato, io ti darò un'altra moneta d'oro.
Quando Babà Mustafà ebbe finito, Morgiana gli bendò nuovamente gli occhi e lo
ricondusse nella sua bottega, dove lo lasciò dandogli la moneta d'oro promessa e
raccomandandogli il segreto.
Così il corpo di Cassim fu rivestito a nuovo secondo l'usanza, e il funerale poté svolgersi
normalmente, con grande concorso di folla. Pochi giorni dopo, Alì Babà si trasferì con la
famiglia nella casa della cognata, così come erano d'accordo. Tutto sembrava tornato
tranquillo; ma ecco che un giorno i quaranta ladroni tornarono nella loro caverna e subito
si accorsero che il corpo dello sconosciuto era scomparso.
- Siamo perduti: - disse il capo - il nostro segreto era noto non soltanto colui che è morto,
ma anche a quello che è venuto a prendere il corpo. Bene, dovremmo trovare anche lui e
ucciderlo.
Discussero a lungo e, alla fine, uno dei ladroni si offrì di andare in città a scoprire qualche
cosa. Si travestì da mercante e partì durante la notte. Arrivò sulla piazza della città alle
prime luci dell'alba e vide che l'unica bottega aperta era quella di un vecchio sarto.
- Buon uomo, cominci a lavorare assai presto - disse il ladrone avvicinandosi.
- Chiunque tu sia, - rispose Babà Mustafà (poiché era proprio lui) - mi conosci assai poco!
I miei occhi sono talmente buoni che io ho cucito un vestito a un morto, in una camera
buia, soltanto pochi giorni fa.
Qualche cosa fece capire al ladrone di essere sulla buona pista. In breve, Babà Mustafà
raccontò tutto quello che sapeva; ma, se il ladrone volle conoscere la casa dove il vestito
era stato cucito, dovette bendare gli occhi al vecchio e lasciarlo camminare come aveva
camminato quel giorno con la bella Morgiana. Infatti, quando Babà Mustafà disse: - Deve
essere qui; non ho camminato più di così.
Il ladrone si trovava esattamente davanti alla porta secondaria della casa di Cassim.
Ringraziato e ricompensato il vecchio, il ladrone fece un segno con un pezzo di gesso
sulla porta per riconoscerla dopo, e partì per andare a chiamare i suoi compagni. Poco
dopo uscì di casa la bella Morgiana e i suoi occhi acuti videro il segno bianco sulla porta.
- Che cosa significa questo segno? Qualcuno vuol far del male al mio padrone?
Qualunque cosa sia io prenderò ogni precauzione.
E Morgiana, preso un pezzo di gesso, segnò nello stesso modo tutte le porte intorno. Così
quando i ladroni arrivarono, armati fino ai denti, il primo compagno non fu capace di
riconoscere la porta che lui stesso aveva segnata.
Se ne tornarono nella foresta e il capo, furente e deluso, uccise il ladrone. Poi chiamò e
raccolta i suoi uomini e dopo averli passati in rassegna scelse quello che gli sembrava più
avveduto e lo mandò in città. Anche per costui la faccenda si svolse nello stesso modo.
Babà Mustafà si lasciò convincere a fargli da guida, il ladrone segnò la porta con la creta
rossa, e Morgiana, subito dopo, segnò tutte le porte intorno nello stesso modo. Così
anche il secondo ladrone ci rimise la vita, e il capo si decise ad agire direttamente.
Quando Babà Mustafà lo ebbe condotto davanti alla porta, il ladrone la guardò così bene
che non ebbe bisogno di segnarla per poterla riconoscere dopo. Tornato che fu nella
caverna, disse ai suoi compagni:
- E' ora di prendere una vendetta completa dell'uomo che conosce il nostro segreto e che
rappresenta per noi un continuo pericolo. Io so adesso che egli è e dove abita. Sentite il
mio progetto.
Quando ebbe esposto il suo piano, inviò i ladroni in città a comprare diciannove muli
carichi di trentotto orci di pelle, due per ogni animale. Ma uno solo degli orci era pieno
d'olio: negli altri trentasette si nascosero i ladroni bene armati. Le bocche degli orci furono
chiuse, lasciando soltanto uno spiraglio attraverso il quale l'uomo nascosto potesse
respirare.
Ci vollero tre giorni per terminare tutti i preparativi; poi il capo, vestito da mercante e
seguito dai muletti col loro carico misterioso, si diresse verso la città e andò a bussare alla
porta di Alì Babà. Il capo dei ladroni era così mutato col suo travestimento da mercante,
che Alì Babà non seppe riconoscerlo.
- Entra, - disse gentilmente - Fa entrare i muli nel mio cortile e sii mio ospite.
Con l'aiuto dei servi, il capo dei ladroni scaricò i muletti e dispose gli orci nel cortile. Poi
seguì Alì Babà nella sala dove era imbandita la cena. A notte fonda il capo chiese ad Alì
Babà il permesso di andare a vedere se i suoi muletti non mancassero di nulla.
Avvicinatosi agli orci, disse sottovoce:
- Appena sentite cadere dei sassolini, tagliate la pelle dell'orcio e venite fuori. Io sarò
subito con voi.
Il banchetto era al colmo quando Morgiana si accorse che l'olio era finito e purtroppo le
lampade avevano tutte necessità di essere riempite.
- Non ti preoccupare - consigliò uno degli schiavi - va' a prendere un po' dell'olio del
mercante.
Morgiana si avviò verso il cortile pieno di oscurità e di ombre. Appena si fu avvicinata al
primo orcio, sentì una voce che diceva piano:
- E' l'ora?
Morgiana, che era coraggiosa, non si spaventò. Anzi si avvicinò a tutti gli orci e alla
medesima domanda che tutti le rivolgevano, rispose: - Non ancora, tra poco. E poiché Alì
Babà le aveva raccontato tutta la storia, disse tra sé con sicurezza: "Questi sono i ladroni
della foresta". Trovato l'orcio pieno d'olio, Morgiana accese la sua lampada; poi tornò nella
cucina e, senza por tempo in mezzo, prese una grande pentola, la riempì col rimanente
olio dell'orcio e la mise sul fuoco. Quando l'olio cominciò a bollire, la schiava scese nel
cortile e versò olio bollente in ogni orcio, dal primo fino all'ultimo e li sigillò bene,
uccidendo così tutti i ladroni nascosti nell'interno. Terminato questo lavoro, Morgiana andò
a vestirsi per la danza.
Era bravissima, e poche ballerine della corte del sultano potevano gareggiare con lei.
Nascosto nella veste, tenne a portata di mano un pugnale acuminato. Quando Morgiana
cominciò a danzare nella stanza dove Alì Babà intratteneva il suo ospite, la conversazione
terminò sull'istante. Lo stesso ladrone, ammirato, stava quasi per dimenticare il suo
progetto, quando Morgiana, chinandosi su di lui in un movimento della danza, gli infilò il
pugnale nel cuore.
- Disgraziata! - gridò Alì Babà - Che cosa hai fatto?
- Ti ho salvato, ho salvato te e tutta la tua famiglia.
E, condotto Alì Babà nel cortile, Morgiana fece aprire i trentasette orci di olio, che
rivelarono il loro contenuto.
- Morgiana, - disse Alì Babà commosso - io ti restituisco la libertà e, per dimostrarti la mia
riconoscenza, ti prego di voler accettare come marito mio figlio.
Trascorsi pochi giorni, dopo aver sotterrato i corpi dei ladroni, Alì Babà festeggiò le nozze
del figlio con Morgiana. Passato un anno, Alì Babà andò con il figlio nella foresta e, fatta
aprire la grotta con l'aiuto della parole magiche, portò fuori tutto il tesoro.
Finché visse, fu molto generoso con tutti, ma non rivelò mai a nessuno il segreto della
grotta. E questa è la vera storia di Alì Babà, della schiava Morgana e dei quaranta ladroni
della foresta.

fiabe arabe: ALADINO E LA LAMPADA MAGICA

ALADINO E LA LAMPADA MAGICA
In una lontana città dell'Arabia vivevano Aladino e sua madre, vedova e inferma. Il
giovane Aladino era obbligato ad ogni genere di mestiere per aiutarla a sopravvivere. Un
giorno, uscendo di casa, il giovane venne interrogato da un uomo anziano che gli disse:
- Sei tu il figlio di Chin Fu, il sarto?
- Si - confermò Aladino.
- Ah! Per fortuna ti ho trovato! Sono il fratello di tuo padre. Prendi questa borsa d'oro e
portala a tua madre. Abbiamo avuto dei buoni guadagni negli affari. Questa sera verrò a
cena da voi e vi spiegherò tutto.
L'allegria della vedova fu maggiore nel ricevere il denaro che nel sapere dell'esistenza del
cognato, cosa che ignorava. Così, quella sera...
- Tu e tuo figlio dovete considerarmi come uno della famiglia.
Così disse l'uomo anziano e, grazie al suo denaro, si conquistò la fiducia della vedova.
Qualche giorno dopo, lo zio domandò ad Aladino che lo accompagnasse appena fuori
città.
- Voglio mostrarti qualche cosa che nessuno ha mai visto - disse lo zio - raccogli qualche
ramo per accendere il fuoco.
Aladino fece come gli era stato chiesto. Quando il fuoco si spense lo zio tracciò una riga
nelle ceneri e come per magia una botola apparve.
- Qui sotto c'è un tesoro immenso che ci permetterà di essere i più potenti del mondo.
Devi solo obbedirmi ciecamente. Ora pronuncia il tuo nome, quello di tuo padre e di tuo
nonno e vedrai...
- Sono Aladino, figlio di Chin Fu e nipote di Alì.
La botola si aprì facilmente rivelando una scala lunghissima che si perdeva nell'oscurità.
- Fai attenzione, Aladino. Scenderai dodici scalini, arriverai ad una sala dalla quale si
dipartono tre stanze. Nella prima ci sono monete d'oro, non le toccare. Nella seconda
vedrai alberi carichi di frutti, che dovrai lasciare dove sono. Ti dirigerai nella terza stanza
dove troverai una lampada di rame. Raccoglila e al tuo ritorno potrai prendere ciò che
vorrai.
Aladino scese nel sotterraneo e obbedì fedelmente. Compiuta la missione si avvicinai
tesori immensi contenuti in quelle stanze e pensò di portare un regalo a sua madre.
Raccolse un po' di pietre preziose e monete d'oro poi raggiunse la botola.
- Aiutami ad uscire, zio - pregò il ragazzo. - Non riesco con tutto questo peso...
- Prima dammi la lampada! Ti sentirai più leggero!
- Fammi uscire...
- O mi passi la lampada o ti lascio chiuso qui dentro.
Aladino arretrò costernato. Il tono minaccioso dell'uomo non lasciava presagire nulla di
buono. In realtà, quello che si spacciava per il fratello di Chin Fu, altri non era che un
mago africano che aveva decifrato una pergamena con il segreto della caverna nella
quale erano custoditi tutti quei tesori e una lampada magica. Poiché il giovane non voleva
consegnare la lampada, il falso zio, incollerito, lo buttò giù per la scala e chiuse
fragorosamente la botola.
Così il povero ragazzo rimase prigioniero per tre giorni e tre notti, senza bere, mangiare e
tantomeno uscire. Quando era la colmo della disperazione, rassegnato ormai a morire,
strofinò casualmente la lampada. Improvvisamente il sotterraneo si illuminò di una luce
vivissima. Di fronte allo stupefatto Aladino, apparve un enorme genio che disse:
- Sono il genio della lampada, cosa ordini padrone?
Appena ripresosi dallo stupore il giovane parlò:
- Voglio uscire di qui e voglio mangiare e bere fino a scoppiare.
Non aveva concluso la frase che si trovò seduto in un campo all'aperto, contornato da
vivande degne dell'imperatore. Dopo aver mangiato e placato la sete, Aladino si apprestò
a rincasare.
Lungo il cammino decise di non raccontare nulla a sua madre per non inquietarla. Durante
qualche mese vissero nell'agiatezza poi, finiti i denari, si ritrovarono ancora in miseria.
Aladino si risolse allora a utilizzare di nuovo la lampada magica. Il genio apparve e disse:
- Cosa comandi, padrone?
- Vogliamo da mangiare.
E subito fu apparecchiata una ricca tavola. Il giovane spiegò tutto alla madre,
meravigliatissima e lei lo consigliò:
- Non so cosa significhi tutto ciò ma deduco che si tratta di uno spirito infernale. Sarebbe
meglio gettare via la lampada.
- No, madre. Ci farà ricchi e potenti.
Il giorno seguente Aladino confidò a sua madre un grande desiderio.
- Vorrei sposarmi con la Principessa Amina. Ti chiedo di andare a palazzo dal Sultano e
chiedere la mano di sua figlia per me.
- Sei pazzo? Il Sultano mi farà decapitare!
- Non accadrà. Porteremo pietre preziose in quantità. Le prenderò dalla caverna che ti
dissi.
E così fecero. Il Sultano apprezzo molto i doni e si consigliò con il Gran Visir.
- Cosa debbo fare? Le pietre sono bellissime ma non sono convinto di lasciare in sposa la
mia unica figlia ad uno sconosciuto...
- Prendi tempo, o mio Sultano. Devi dire che accetti la possibilità del matrimonio ma che
vuoi sei mesi di tempo per decidere definitivamente.
Il Sultano così disse alla madre di Aladino che riferì tutto al suo figliolo. Poche settimane
dopo una notizia si sparse in città: il figlio del Gran Visir voleva sposare la Principessa
Amina. Subito Aladino sfregò la lampada e ordinò al genio:
- Vai da questo pretendente e portalo così lontano da qui che non possa tornare prima di
parecchi giorni. Poi fammi incontrare con Amina.
Il genio obbedì e quando la Principessa si trovò di fronte il ragazzo, costui le disse:
- Tuo padre non ha mantenuto la parola data, i nostri accordi erano ben diversi. Per
questo sono qui.
Bisogna dire, a onor del vero, che la Principessa si innamorò subito di Aladino e non
voleva saperne di sposare il figlio del Gran Visir. Il giorno seguente, con l'aiuto del genio,
ottennero due magnifici cavalli e uno stuolo di servitori e gettando monete d'oro per le
strade, si diressero tutti a palazzo.
Il popolo acclamava quel generoso benefattore e il Sultano, scoperto che il Gran Visir
complottava per far unire in matrimonio suo figlio alla Principessa, decise senz'altro di
concedere ad Aladino la mano di sua figlia. Le nozze furono celebrate subito e con grande
sfarzo. I due sposi, felici, partirono per un lungo viaggio di nozze.
Durante la loro assenza il falso zio di Aladino cercò di rubare la lampada ma le guardie del
palazzo, che la custodivano gelosamente, lo scoprirono e il malvagio mago fu decapitato
sulla pubblica piazza.
Aladino rimase l'unico a conoscenza del meraviglioso segreto della lampada e la utilizzò
solo per dare prosperità e felicità ai suoi sudditi, oppure per difendere il suo regno da
tentativi di invasione. Così il timore della madre, che pensava al genio della lampada
come ad un essere infernale, risultò infondato.
Con il passare degli anni la storia divenne legenda e nessuno seppe più nulla della
lampada magica. Molti continuarono a cercarla... Dicono che Aladino la gettò in fondo al
mare... Chi lo potrà sapere?

fiabe africane: FRATELLI GEMELLI

FRATELLI GEMELLI
Una donna aveva due figli gemelli, ai quali aveva messo nome Lemba e Mavungu. Il giorno della
loro nascita, uno stregone aveva consegnato alla mamma due pietre tonde e lisce.
- Questi saranno i talismani dei tuoi figli: - le aveva detto - appendili al loro collo e , quando
saranno grandi, di loro che non se li tolgano mai.
Cosi la donna aveva fatto, e i ragazzi erano cresciuti ed erano diventati due bellissimi giovani. Un
giorno, Mavungun, stanco della solita vita, decise di partire.
- Io non ho niente in contrario; - disse la madre - ma siamo talmente poveri, che non posso darti
niente da portare con te.
- Questo non importa:- rispose il giovane - è ormai il momento di mettere alla prova la potenza del
mio talismano.
Salutò la madre e il fratello e si diresse verso la foresta. Qui giunto, colse alcuni fili d'erba, li tocco
con il talismano e...
- Che tu sia un cavallo! - disse, buttando per terra il filo più lungo.
- Che tu sia un coltello! - continuò, piegando un altro filo d'erba.
- Che tu sia un fucile! - comandò a un terzo filo d'erba.
Immediatamente un bel cavallo scalpitò davanti a lui, un coltello s'infilò nella sua cintura e un
bellissimo fucile appeso alla sua spalla. Mavungun, tutto contento, salì sul cavallo e partì. Cavalcò
per parecchio tempo, finché a un certo punto, si sentì stanco e affamato.
- Talismano mio, mi farai morire di fame? - disse, toccando la pietra.
Subito, davanti a lui, apparve un sontuoso banchetto. Il giovane scese da cavallo, mangiò e bevve a
sazietà, poi tutto allegro riprese il viaggio.
Dovete sapere che, non lontano dal posto dove Mavungun si era fermato a mangiare, c'era una
bellissima città. Essa era governata da un re che aveva una figlia, assai capricciosa. La fanciulla era
in età da marito, ma, per quando già molti l'avessero chiesta in sposa, ella aveva rifiutato a tutti la
sua mano. Mavungun giunse nella città e si fermò sulla riva del fiume. Qui c'era anche la fanciulla,
con molte altre compagne; appena vide il giovane straniero, tornò di corsa dal padre e dalla madre e
disse loro:
- Ho visto l' uomo che voglio per marito e morirò se non lo sposerò!
Il padre mandò i suoi schiavi incontro al giovane straniero e lo invitò a banchetto nella sua casa.
Mavungun fece al re un'ottima impressione, tanto che, quando il giovane gli offrì molto doni
preziosi, non esitò a proporgli di sposare la figlia. Così, con grande allegria e gioia per tutti, si
celebrarono le nozze. Nella casa degli sposi c'erano tre grandi specchi accuratamente coperti.
Mavungun, preso da una grande curiosità, volle sapere perché fossero coperti. La moglie gli rispose
che era molto pericoloso guardarvi, ma Mavungun insistette tanto che la fanciulla alzò la stoffa che
ricopriva il primo specchio e... subito il giovane vide la sua città natale, con tutte le sue strade e la
sue casa.
- Chi guarda in questo specchio, - disse allora la moglie - vede la città nella quale è nato. Nell' altro
specchio, ciascuno vede le città che conosce e che ha visitato nei suoi viaggi.
E così dicendo, scoprì il secondo specchio.
- E il terzo specchio?
- Il terzo non lo puoi scoprire perché vedresti l'immagine della città dalla quale non si torna.
- Fammela vedere ! - gridò Mavungun, e strappò la tela.
L'immagine che gli apparve era terribile, ma il giovane la fissò intensamente e si sentì preso da un
grande desiderio di andare in quella città.
- Ti scongiuro, non andarci, perché non tornerai mai più! - lo implorò la moglie.
Ma il giovane era deciso; prese il suo cavallo e partì. Cavalcò e cavalcò per tanti mesi, finché un
giorno, guardandosi intorno, vide una vecchia, che stava seduta presso un mucchio di sassi bianchi e
neri.
- Vecchia, hai un po' di fuoco per la mia pipa? - chiese Mavungun.
- Scendi da cavallo e avvicinati - rispose la donna.
Mavungun si avvicinò, ma appena la vecchia gli ebbe toccato la mano, il giovane fu trasformato in
una pietra nera e il suo cavallo in una pietra bianca. Il tempo passava, e Luemba era molto
meravigliato che il fratello non avesse mai mandato sue notizie; così un giorno; decise di andare alla
sua ricerca. Se ne andò nella foresta, colse un pugno d'erba e, per opera del suo talismano, fece
trasformare un filo in un cavallo, un secondo filo in un coltello e un terzo filo in un fucile e poi
partì. Dopo parecchi giorni arrivò nella città in cui Mavungun aveva preso moglie.
- E' tornato Mavungun, lo sposo della figlia del re!
Appena sceso da cavallo, vide una bellissima fanciulla, che gli veniva incontro dicendo:
- Finalmente sei tornato.
Luemba cercò di spiegare che non era Mavungun.
- Vuoi scherzare, marito mio - lo interruppe la donna, e si mise a ballare per la gioia.
Luemba tentò invano di spiegare chi fosse, ma né la moglie del fratello, né il re, né gli altri abitanti
vollero credergli; alla fine, anzi, nessuno stette più ad ascoltarlo. Perciò il giovane dovette tacere e
indagare per conto suo, per scoprire che fine avesse fatto Mavungun. L'occasione si presentò subito,
perché, quando Luemba entrò in casa, la moglie del fratello gli disse ridendo:
- Spero che avrai perso la voglia di guardare negli specchi!
- No, invece; - disse subito Luemba, - anzi, ti prego di farmeli rivedere.
Questa volta la giovane non si fece pregare e Luemba poté vedere la città dove era nato, poi i luoghi
che aveva attraversati viaggiando, e infine guardò interessato la città dalla quale non si torna. Capì
subito che quello era il posto dove il fratello era andato e dal quale non era tornato; perciò, senza
perdere tempo, disse:
- Mi ricordo ora di aver lasciato laggiù una cosa molto importante. Vado e ritorno al più presto.
- Va pure, marito mio; sei appena arrivato, ma, se pensi di dover ripartire, io ti aspetterò. Ma fa
presto.
Luemba montò a cavallo, prese il coltello e il fucile e corse via al galoppo. Cavalca cavalca, eccolo
arrivare in vista del mucchio di pietre sbianche e nere; Accanto al mucchio, stava seduta la solita
vecchia.
- Vecchia, hai un po' di fuoco per la mia pipa? - domandò Luemba.
- Scendi da cavallo e avvicinati - rispose la vecchia.
Luemba scese da cavallo, ma invece di stendere la mano verso la donna, le scagliò addosso il suo
talismano. Fu un attimo: il terreno si aprì e la vecchia scomparve mandando un grido terribile.
Subito Luemba si avvicinò al mucchio di pietre e cominciò a toccarle con il suo talismano: le pietre
nere si trasformarono in tanti giovani e le pietre bianche in altrettanti cavalli. Naturalmente in
mezzo agli altri, Luemba riconobbe subito Mavungu, e i due fratelli si abbracciarono con molta
gioia. Poi rimontarono a cavallo e, senza indugiare, tornarono nella città dove la moglie di
Mavungun aspettava pazientemente il marito. Potete immaginare quale fu la meraviglia di tutti, nel
vedere i due fratelli così uguali l'uno all'altro. Vi furono grandi feste, che durarono tre giorni e tre
notti e fu ordinato un sontuoso banchetto al quale parteciparono tutti gli abitanti della città. Poi
Luemba ripartì e torno nel villaggio natale: la madre ansiosa gli corse incontro chiedendogli notizie
di Mavungun; egli la rassicurò sulla sua salute e le raccontò quando era accaduto; poi la condusse
nella città dove Mavungun era diventato l'erede del re e là ella trascorse felice i suoi ultimi giorni.
Nel frattempo Mavungun e la moglie entrati in casa s'accorsero che i tre specchi non c'erano più,
infatti la magia aveva voluto che nello stesso momento in cui la vecchia era scomparsa,
scomparissero anche le tre lastre lucenti. E così nessuno ha più saputo dove fosse la città dalla quale
non si tornava più indietro.

fiabe africane: IL GENIO DEL FIUME

IL GENIO DEL FIUME
Il giovane Ghiase aveva visto una volta solo la bellissima Emme, ma si era convinto che ella era la
più bella fanciulla di tutta la regione. Senza perdere tempo, Ghiase chiese ai genitori di Emme che
gli concedessero la figlia in sposa; poi tornò al suo villaggio, a fare i preparativi per le nozze. Il
giovane felice, decantava ai parenti e agli amici la bellezza della sposa. Il padre di Emme era un
uomo molto ricco e, desiderando che la figlia arrivasse al villaggio dello sposo con un seguito
conveniente, comprò per lei la più bella schiava e diede ordine alla figlia minore di seguire la
sorella. Così Emme, finalmente pronta per le nozze, lasciò la sua casa accompagnata dalla schiava e
dalla sorella più piccola; dovevano camminare tutto il giorno per arrivare al villaggio di Ghiase, ma
erano allegre e contente e non sentivano la stanchezza. Poco prima del tramonto le tre ragazze
arrivarono in vista del villaggio; si trovavano, in quel momento, sulla riva di un fiume ed ebbero
l'idea di fare un bagno per togliersi di dosso la polvere della strada. Il fiume era abitato dal genio
dell'acqua, il quale aveva potere lungo tutto il suo corso; ma Emme non lo sapeva e fu la prima a
scendere verso la riva e a mettere i piedi nell'acqua fresca, mentre la sorellina era ancora indietro e
la schiava la guardava. Ora dovete sapere che la schiava si era accorta che il genio guardava verso di
loro, ma non volle trattenere Emme; anzi, le diede una spinta, e la fanciulla cadde proprio vicino al
genio, che l'afferrò e se la portò via nel fondo. La sorellina cominciò a piangere, ma la schiava la
minacciò:
- Se continui a piangere, ti butto nel fiume, dove farai la fine di tua sorella! Guai a te se racconterai
a qualcuno quello che hai visto ! Vieni con me e tieni sempre la bocca chiusa!
Detto questo, diede il suo fagotto alla bambina e si avviò verso il villaggio di Ghiase. Quando
Ghiase vide ferma davanti alla sua porta la giovane con la bambina rimase un po' male, perché gli
sembro di non riconoscere in lei la sposa bellissima che si era scelto. Ma pensò che forse il viaggio
l'aveva stancata e fece entrare la giovane nella sua capanna, perché si riposasse. Poi riunì tutta la
comunità per organizzare i giochi e i banchetti; ma quelli che venivano davano uno sguardo alla
schiava e poi dicevano tra loro :
- E questa sarebbe la bellezza che Ghiase ha tanto decantato?
Ma badavano bene che Ghiase non udisse, perché tutti gli volevano bene e non volevano dargli un
dispiacere. Intanto i giorni passavano e Ghiase, per un motivo o per un altro, rimandava sempre la
cerimonia delle nozze. La donna aveva presentato la sorellina di Emme come una piccola schiava al
suo servizio; la trattava malissimo, rimproverandola sempre e picchiandola con un bastone. Ogni
giorno pretendeva che andasse al fiume con brocche grandissime ad attingere l'acqua fresca. La
bambina avrebbe voluto ribellarsi e raccontare a Ghise quando era accaduto al fiume, ma poi il
timore della schiava la faceva tacere. Ghiase, che si era accorto di questi maltrattamenti, un giorno
domandò alla schiava:
- Perché sei così crudele con questa bambina?
- Perché ha un carattere cattivo e ribelle.
- Prova ad essere più buona con lei - le disse allora Ghiase - e vedrai che ti obbedirà.
La schiava non rispose, ma appena Ghiase se ne fu andato, riprese a trattarla male. Un giorno andò
al fiume a prendere l'acqua, ma la brocca era così piena e così pesante che ella non riuscì
assolutamente a metterla sul capo: allora sedette sulla riva e si mise a piangere disperatamente.
Improvvisamente, dalle acque del fiume uscì una bellissima fanciulla: era Emme, che, udendo il
pianto della sorellina, aveva pregato il genio di lasciarla uscire dal fiume un solo momento, per
aiutarla. Il genio aveva acconsentito, perché sapeva bene che emme ormai non poteva più sfuggire al
suo potere. Quando la bambina vide la sorellina, si mise a piangere più forte:
- Non devi abbandonarmi! - singhiozzava, raccontando le sue sventure - La schiava mi maltratta, mi
picchia con un bastone....
- E Ghiase? - domandò Emme.
- Ghiase non l' ha ancora sposata; ogni giorno rimanda le nozze.
- Sta' tranquilla, sorellina; un giorno tutte le nostre sventure avranno fine.
E così dicendo, la bella Emme si rituffò. La sorellina tornò a casa un po' consolata, ma la schiava,
vedendola così tranquilla, raddoppiò i maltrattamenti, anche per sfogare su qualcuno la rabbia per
quel matrimonio continuamente rimandato. Così passarono alcuni giorni. Una mattina, mentre la
bambina sulla riva del fiume chiamava la sorella, passò di li un cacciatore amico di Ghiase.
Sentendo i pianti e le grida d'invocazione della piccola, il cacciatore si nascose dietro un gruppo di
alberi e rimase a guardare; così poté vedere le acque del fiume aprirsi e una bellissima fanciulla
venire sulla riva a consolare la bambina e ad aiutarla ad attingere l' acqua. Quando la fanciulla fu
nuovamente scomparsa nel fiume, il cacciatore si mise a correre e, in un batter d'occhio, arrivò al
campo dove Ghiase stava lavorando.
- Ghiase, - gli disse tutto affannato - ho lasciato proprio adesso, sulla riva del fiume, quella schiava
che è arrivata al villaggio insieme con la tua promessa sposa.
- Ebbene? - domandò Ghiase, che non poteva sentir parlare della sua promessa sposa senza che gli
si stringesse il cuore.
- Ebbene, ascolta: ella ha chiamato e pianto, e dal fiume è uscita una bellissima fanciulla che la
bambina chiamava Emme...
- Emme? !Ma...
- Lo so; questo è il nome della tua sposa; credo di aver capito tutto, Ghiase. La fanciulla del fiume è
la tua vera fidanzata, che il genio dell' acque ha rapita; questa, che sta al villaggio, è una bugiarda...
- Si, si, così deve essere. Domani verrò anche io al fiume.
Infatti, la mattina dopo, mentre la bimba sulla riva chiamava e piangeva, Ghiase e il cacciatore se ne
stavano dietro un gruppo di alberi e guardavano attentamente il fiume. Quando emme comparve
Ghiase gridò:
- E lei!
I due giovani tornarono al villaggio pensando al modo migliore per sconfiggere il genio dell'acqua.
- Soltanto la vecchia del fiume può aiutarti - disse infine il cacciatore.
- E' vero - esclamò Ghiase.
La vecchia del fiume viveva, da cento e più anni, in una capanna vicinissima all'acqua, la sua
capanna resisteva anche alle piene, perché le onde, invece di aumentare, da quella parte si ritiravano
lasciandola all'asciutto. Ghiase le raccontò tutta la sua storia. Alla fine, la vecchia disse:
- Si può tentare qualche cosa; portatemi una capra bianca, una gallina bianca, una pezza di stoffa
bianca e un cesto di uova; poi lascia fare a me.
Ghiase procurò tutto quello che la vecchia gli aveva chiesto, ma dovettero passare ancora sette
giorni, perché arrivasse il tempo propizio. Finalmente la vecchia se ne andò sola sulla riva del
fiume, spinse nell'acqua la capra bianca, e la gallina bianca, vi getto a una a una le uova e, per
ultimo, stese sull'acqua la pezza di stoffa bianca, che la corrente si portò via. Subito dopo, le acque
si aprirono e la bella Emme salì sulla riva.
- Benvenuta, Emme! - le disse la vecchia. - Non aver timore: io ti sono amica e ti aiuterò
Prese per mano la fanciulla, la condusse nella capanna e la nascose nella parte più interna e più buia.
Poco dopo, arrivò Ghiase con l'amico cacciatore: potete immaginare quale fu la gioia dei due sposi,
quando si trovarono finalmente riuniti. Emme chiese subito della sorellina e Ghiase mandò il suo
amico cacciatore sulla riva del fiume; appena la piccola, come ogni giorno, comparve con la sua
grande brocca per attingere l'acqua, il cacciatore la prese per mano e la condusse alla capanna della
vecchia. Quale fu la gioia delle due sorelle quando poterono riabbracciarsi! Piangevano e ridevano
insieme, col cuore pieno di felicità. Infime Emme disse alla sorellina di tornare a casa e le diede
istruzioni su quello che doveva fare. La bambina corse via tutta allegra, entro nella capanna, dove la
schiava stava seduta, pensando piena di rabbia a come potesse costringere Ghiase a sposarla, e gridò
- Tu sei una donna cattiva, hai voluto uccidere Emme e hai ingannato Ghiase e per questo sarai
trattata come meriti!
La schiava balzò in piedi:
- Dove hai trovato tanto coraggio, piccola sciagurata? Adesso ti sistemo io!
Prese il bastone e si mise a rincorrere la bambina, che, uscendo dalla casa, cominciò a correre a tutta
velocità verso la capanna della vecchia del fiume, dove l'aspettavano Emme e gli altri. Appena
arrivata la piccola infilò la porta e la schiava, dietro; ma sulla soglia comparve Emme in tutta la sua
bellezza e la schiava, vedendola, rimase così meravigliata che non seppe più che cosa fare.
Ricominciò a correre, ma in senso opposto, cosicché, a un certo punto, si trovò sulla riva del fiume
e cadde nell'acqua. Subito il genio la trascinò giù e la tenne prigioniera al posto di Emme. Così
Emme e Ghiase poterono finalmente sposarsi e vivere a lungo insieme, senza che nulla ormai
turbasse la loro felicità.

fiabe africane: IL BAMBINO D'ORO E IL BAMBINO D'ARGENTO

IL BAMBINO D'ORO E IL BAMBINO D'ARGENTO
Niame, il più potente fra i maghi del cielo, viveva in una fattoria posata sopra un bellissimo tappeto
di nuvole. Un giorno decise di prendere moglie e invitò a presentarsi le quattro fanciulle più belle
della sua tribù. Poi domandò a ciascuna:
- Che cosa faresti, per me, se io ti sposassi?
La prima, che si chiamava Acoco, dichiarò:
- Spazzerei la fattoria e governerei la tua casa.
E la seconda:
- Cucinerei ogni giorno per te le pietanze migliori.
E la terza:
- Filerei montagne di cotone e andrei tutti i giorni ad attingere l'acqua.
E la quarta:
- Io, Niame, ti darei un figlio tutto d'oro.
Naturalmente Niame scelse l'ultima e ordinò di preparare la cerimonia per le nozze. Acoco fu molto
contrariata per la scelta fatta da Niame; si rodeva di invidia e di gelosia. Seppe tuttavia nascondere
molto bene i propri sentimenti e riuscì a rimanere presso la giovane regina come dama di
compagnia.
I due sposi vivevamo felicemente e avevano già preparato la culla in attesa del bambino tutto d'oro,
quando Niame dovette partire, per visitare una sua grande fattoria. Proprio durante la sua assenza,
alla regina nacquero due gemelli: uno tutto d'oro, l'altro tutto d'argento. La perfida Acoco, non
appena li vide, prese i due bambini, li chiuse in un cestello e fuggi con essi in mezzo al bosco; poi
nascose il cestello nel tronco vuoto di un albero. Nella culla al posto dei bambini, mise due orribili
ranocchi. Quando Niame fu di ritorno, Acoco gli corse incontro:
- Affrettati, Niame! - gridò. - Vieni in casa a vedere i tuoi figli!
Niame si affrettò, ma quando vide nella culla le due brutte bestie, rimase male. Comandò che i
ranocchi fossero uccisi e la regina esiliata proprio ai confini del regno, in una capanna solitaria.
Intanto il destino volle che un cacciatore passasse vicino all'albero morto dove stava nascosto il
cestello con i due bambini dentro. L'uomo scorse un luccichio e si avvicinò.
- Che cosa è questo ?- si chiese.
- Siamo figli di Niame - risposero i bambini.
Il cacciatore raccolse il cesto, lo aprì, e restò ammirato davanti alla bellezza dei due piccoli. Era
poverissimo, ma li portò a casa sua e li allevò con amore, senza rivelare a nessuno dove li avesse
trovati.
I due bambini crescevano buoni, obbedienti e abili in tutte le cose. Quando il cacciatore aveva
bisogno di denaro, raccoglieva la polvere d'oro e d'argento che cadeva di continuo dai loro corpi e
andava in città a comperare quando gli era necessario. A poco a poco divenne un uomo molto ricco,
e sostituì la misera capanna con un ampia fattoria.
Un giorno il cacciatore venne per caso a sapere che i due bambini erano figli del re e allora, sebbene
a malincuore, decise di riportarli al padre. Giunti alla fattoria di Niame, il cacciatore chiamò il re
fuori dal recinto e gli disse:
- Vieni a vedere quali esercizi sa fare questo ragazzo d'argento!
Niame uscì e restò ammirato dell'abilità straordinaria del giovane. Intanto il ragazzo d'oro aveva
cominciato a cantare in modo meraviglioso e cantando narrava la propria storia: la promessa della
mamma, la perfidia di Acoco e la bontà del cacciatore che li aveva allevati e amati come figli.
Niame stupito e commosso abbracciò i figli, fece richiamare la regina dall'esilio e ordinò alle
schiave di pettinarla e rivestirla di abiti regali. Poi andò da Acoco, la trasformò in una gallina e la
scaraventò sulla terra. Infine lodò molto il buon cacciatore e lo rimandò a casa carico di regali.
Ancora oggi i due figli di Niame vanno a fare il bagno nel grande fiume che scendeva a cascata sulla
terra; allora un po' della loro polvere d'oro e argento arriva fino a noi e quelli che la trovano
diventano molto ricchi.

fiabe russe: Le caprette e il lupo

Le caprette e il lupo
Nella steppa russa sorgono numerose le isbe, cioè le capanne dei contadini che hanno
tetti rossi e spioventi e un'apertura nella porta, a forma di cuore. In una di queste isbe
viveva felice Mamma Capra con le sue tre figliole. Le caprette erano molto giovani, sulle
loro fronti non si ergevano ancora le corna: non avrebbero potuto, perciò, difendersi dal
Lupo Grigio, il feroce lupo della steppa.
Così restavano sempre chiuse nell'isba, e fuori andava soltanto la mamma. Ogni mattino
metteva il cappellino di paglia ornato di nastri e di fiori, e ripeteva le solite
raccomandazioni:
- Non aprite a nessuno, perché potrebbe essere il Lupo Grigio, che è feroce e sempre
affamato e farebbe di voi un sol boccone: Io tornerò verso sera e vi chiamerò dalla strada:
voi riconoscerete la mia voce e le mie parole.
Mamma Capra si allontanava verso i prati fioriti e le tre figliole rimanevano a guardarla.
Poi richiudevano la porta, davano tanto di catenaccio, e passavano tutta la giornata a
dormire e a giocare in attesa del suo ritorno.Verso il tramonto la mamma ricompariva e si
avvicinava alla porta cantando: "Caprettine, caprettine, vostra madre è arrivata. Ha
mangiato l'erbetta tenera; e vi porta il buon latte ed erbe succulente. Aprite, caprettine,
aprite alla mamma!".
Le tre caprette riconoscevano la voce dolce della loro mammina e aprivano subito,
festeggiandola poi in mille modi. Succhiavano il buon latte, mangiavano le erbe odorose,
poi giocavano, cozzavano, si inseguivano, fino a quando non veniva l'ora di andare a
letto.
Vivevano così felici e in pace; ma il cattivo Lupo Grigio, il lupo della steppa sempre
affamato, che aveva i fianchi scarni e gli occhi di fuoco, pensava che le tre caprette
sarebbero state tre bocconcini deliziosi.
Ma le caprette erano troppo guardinghe, e mamma capra troppo coraggiosa e forte,
perché il Lupo Grigio riuscisse a impadronirsene con violenza; decise perciò di ricorrere
all'astuzia, e un mattino, vista allontanarsi Mamma Capra, si avvicinò alla porta dell'isbe e
incominciò a cantare con voce melliflua: "Caprette, caprette, vostra madre è arrivata. Vi
ha portato il buon latte. Aprite subito subito!".
Ignorava però che si trattava di tre caprettine ubbidienti, le quali non avevano dimenticato
le raccomandazioni ricevute. Si insospettirono... Quella voce cavernosa non somigliava
proprio per niente alla voce della loro mamma: e in oltre le parole erano diverse!
- Non apriremo - risposero. - La voce di nostra madre è dolce e gentile, mentre la tua
sembra quella del Lupo! e le parole non sono le stesse.
Il Lupo Grigio rimase male e si allontanò rimuginando qualche altra astuzia. Prima di tutto
avrebbe ascoltato bene la canzone di Mamma Capra per impararla a memoria; poi
sarebbe andato dal fabbro ferraio per farsi fare un apparecchio da mettere in gola,
capace di rendere la voce dolce e gentile.
Cosi fece. Per qualche sera si appiattò nei dintorni dell'isba e ascoltò attentamente le
parole di Mamma Capra. Così le imparò a memoria. Poi si presentò al fabbro ferraio. Il
fabbro si spaventò moltissimo, vedendo arrivare davanti la sua bottega il Lupo della
steppa, dai fianchi incavati per l'eterna fame, e rimase a guardarlo con gli occhi sbarrati
per il terrore, con il martello in pugno.
- Voglio un apparecchio così e così - spiegò il lupo. - Se non me lo preparerai per
domattina, ti divorerò.
Il fabbro indovinò che il lupo voleva quell'apparecchio per compiere qualche altra
malefatta, ma era troppo spaventato per rifiutare. Preparò il congegno, e all'indomani lo
consegnò al lupo senza pretendere nemmeno il compenso.
Il lupo se lo infilò in gola e si accorse con soddisfazione che la sua voce, adesso
assomigliava in modo sorprendente a quella di Mamma Capra. Senza mettere tempo in
mezzo, spinto dalla bramosia e dalla fame, corse all'isba delle caprette, sedette fuori della
porta e incominciò a cantare: "Caprettine, caprettine, vostra madre è arrivata. Ha
mangiato l'erbetta tenera, e vi porta il buon latte..." e così via fino in fondo, ripetendo le
parole a puntino.
Le caprette, dentro l'isba, udirono la canzoncina, e il loro primo impulso fu correre ad
aprire. Ma...erano caprette prudenti e ubbidienti: e poi, erano appena le quattro del
pomeriggio e la mamma non rincasava mai a quell'ora! La maggiore propose alle altre:
- Mi affaccerò alla finestra perché, prima di aprire, voglio vedere chi è.
Si affacciò e vide che chi cantava dolcemente, fuori della porta, era ancora il lupo!
Comunicò la notizia alle sorelle, e tutte tre rimasero strette strette l'una all'altra ad
aspettare tremando il ritorno della mamma vera!
Il lupo si sgolò fino al tramonto, ma inutilmente. E quando vide arrivare Mamma Capra
con i suoi cornetti aguzzi e minacciosi che sbucavano dal cappellino in fretta con la coda
fra le gambe. Le caprette raccontarono la paurosa avventura, e Mamma Capra le lodò
molto, tutta contenta. Ora sapeva che le sue tre figliole erano davvero prudenti e
ubbidienti, e che perciò il lupo della steppa, per quando tramasse, non avrebbe potuto
mai distruggere la loro felicità.

fiabe russe: La volpe e il granchio

La volpe e il granchio
Tra tutti i granchi che camminano adagio adagio, c'era una volta un granchio che
camminava addirittura più adagio degli altri, così che tutti lo canzonavano per la sua
lentezza. Il granchio, permaloso, si offendeva moltissimo, e avrebbe dato chissà che cosa
per correre velocemente come la sua amica volpe, che sembrava un lampo rosso,
quando attraversava i campi e i prati. Un giorno in cui si sentiva di malumore più del
solito, osò lanciare una sfida:
- Comare volpe - disse alla volpicina, che qualche volta si soffermava a scambiare due
parole con lui. - Credi proprio di correre più velocemente di me? Io, se voglio, ti supero in
qualsiasi gara.
Comare volpe restò interdetta.
- Brutto baffuto dagli occhi sporgenti! - gridò irritata. - Come osi parlare così, tu che non
sai nemmeno camminare e fai un passo avanti e due indietro?
- Calma, calma! - esortò il granchio. - Le parole valgono poco: sono i fatti che contano!
Facciamo una gara, io e te: vediamo chi arriva per primo in fondo a questo campo.
La volpe non riusciva a riaversi dalla sorpresa, ma pensò che il presuntuoso granchio
meritava davvero una lezione.
- Va bene - esclamò. -Partiamo insieme, e chi arriva primo, potrà farsi beffe dell'altro fin
che vorrà.
Si allinearono a una delle estremità del campo, mentre la notizia della strana gara si
diffondeva in tutto il bosco, e gli animali accorrevano da ogni parte per applaudire il
vincitore.
- Sei pronto? - chiese la volpe ridendo sotto i baffi. - Uno, due, tre...via!
E subito si lanciò a corsa disperata, perché voleva battere il granchio in modo tale da
fargli passare per sempre la voglia di fare il gradasso. Ma il granchio, con un salto, riuscì
ad aggrapparsi alla coda della volpe, la quale non se ne accorse, perché il suo
competitore era leggerissimo. Giunta a grandi balzi in fondo al campo, la volpicina si
fermò e si volse:
- Dov'è il mio concorrente? - gridò in tono di beffa. - Non riesco nemmeno a vederlo.
- Non mi vedi perché io sono più avanti di te - rispose il granchio che nel frattempo era
saltato fra l'erba. - Ti aspetto qui da molto tempo e mi sono riposato. E tu?
La volpe ansava ancora per la velocità della corsa, mentre il granchio appariva fresco,
come se si fosse appena alzato dal letto.
- Chi ha vinto, comaretta mia? - chiese ancora il granchio con accento canzonatorio. E
alla volpe non restò altro che scappare a gambe levate nel folto del bosco per
nascondere a tutti la sua vergogna.